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17 Luglio 2020

Buoni pasto e smart working

Salvo un caso specifico, infatti, per il telelavoro non vanno riconosciuti i buoni pasto; questo nonostante quanto previsto dall’articolo 20 della legge 81/2017 che prevede che il lavoratore la cui prestazione lavorativa viene resa in modalità agile ha diritto ad un trattamento sia economico che normativo non inferiore a quello che generalmente viene applicato nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente presso la sede aziendale.

Quindi, nonostante chi lavora in smart working non deve essere penalizzato rispetto a chi lavora in sede, è legittimo il mancato riconoscimento dei buoni pasto;

Va detto, infatti, che il buono pasto non rientra nella retribuzione. A spiegarlo è l’articolo 6 del Decreto Legge 333/1992 (poi convertito con la Legge 359/1992), il quale esclude in linea generale il carattere retributivo dell’indennità di mensa. Si tratta, infatti, di un servizio sociale predisposto nei confronti della generalità dei lavoratori.

 

L’unica possibilità per chi lavora in smart working di beneficiare del buono pasto è quella per cui nel CCNL di riferimento venga prevista una diversa qualificazione – rispetto a quella descritta in precedenza – dell’indennità di mensa.

Nel dettaglio, nella contrattazione collettiva deve essere specificato che l’indennità di mensa non costituisce un servizio sociale in quanto assume un carattere retributivo vero e proprio.

Ad esempio, è così per quei contratti collettivi che riconoscono l’indennità sostitutiva a tutti i lavoratori, anche a coloro che non utilizzano il servizio di mensa. In tal caso il carattere assistenziale verrebbe meno e il buono pasto acquisirebbe una natura retributiva così da diventare computabile negli istituti retributivi differiti. Solo in tal caso chi lavora in smart working ne avrebbe diritto.

 

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