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12 Settembre 2017

Raccolta Giurisprudenza sindacale, parte I: i sindacati rappresentativi

giurisprudenza sindacale,rappresentativita

 

gli indici della maggiore rappresentatività 1) Cass. 10 luglio 1991 n. 7622 Il carattere di maggiore rappresentatività dell’organizzazione sindacale – che, ai sensi dell’art. 19 della l. 20 maggio 1970 n. 300, condiziona la legittimazione alla costituzione di una rappresentanza nell’unità produttiva dell’azienda e che va rilevato con riguardo alla posizione della confederazione cui aderisce l’associazione medesima, senza che ciò violi gli art. 39 e 41 Cost. – non è legato in modo decisivo alla consistenza numerica del sindacato, assumendo, invece, rilevanza sia l’equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco della categoria che la confederazione è istituzionalmente deputata a tutelare, sia la significativa presenza territoriale, distribuita sul piano nazionale (e non localizzata soltanto in una determinata area geografica), sia l’attività di autotutela sindacale, consistente, in particolare, nella sottoscrizione di contratti collettivi, o anche nella mera adesione successiva a contratti stipulati da altre organizzazioni, sia, infine – come mero elemento indiziario – l’emissione del decreto del Ministro del lavoro che accerti i requisiti di rappresentatività di cui all’art. 2 della l. 18 novembre 1977 n. 902. Anche il secondo motivo del ricorso, con cui si deduce la violazione e l’errata applicazione dell’art. 19, 1 comma, lett. a), della legge n. 300 del 1970, è infondato. In realtà, il Tribunale ha anzitutto affermato, contestando la contraria opinione del Banco, che la citata norma non consentiva di ritenere che la costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali fosse prerogativa di associazioni sindacali di primo grado effettivamente rappresentative, che confluissero, poi, in confederazioni maggiormente rappresentative, in quanto la maggiore rappresentatività era solo richiesta per le confederazioni (e, cioè, per le associazioni sindacali di secondo grado), e non anche per le associazioni sindacali di primo grado. E, sul punto, il Banco ricorrente non muove argomentazioni ulteriori a sostegno della sua originaria tesi. Esso, piuttosto, sostiene, nello stesso secondo motivo, che avrebbe errato il Tribunale a riconoscere alla C.O.N.F.A.I.L. il carattere della maggiore rappresentatività sul piano nazionale, e deduce, al riguardo, anche un vizio di motivazione. Senonché tale censura, involgendo apprezzamenti di merito del Tribunale, si appalesa anzitutto inammissibile ed è, in ogni caso, infondata. Infatti, il Tribunale ha adeguatamente e correttamente motivato il proprio convincimento facendo riferimento sia ad un atto ufficiale ed obiettivo, quale il D.M. 11 luglio 1978, emesso in attuazione dell’art. 2 della legge n. 902 del 1977, e sia a tutti gli altri elementi di prova offerti, attraverso i quali è pervenuto alla convinzione che la C.O.N.F.A.I.L. era presente nella quasi totalità dei comparti del pubblico impiego, copriva con la sua azione numerosi settori lavorativi ed aree territoriali ed era firmataria e destinataria di numerosi contratti collettivi e di vari accordi interconfederali; onde il S.A.B.I., quale sindacato aderente alla C.O.N.F.A.I.L., e, cioè, ad una confederazione maggiormente rappresentativa sul piano nazionale, ben poteva pretendere la costituzione di una rappresentanza sindacale aziendale ai sensi dell’art. 19, 1 comma, lett. a), della legge n. 300 del 1970. Tale statuizione del Tribunale si presenta conforme all’orientamento di questa Corte secondo cui, al fine di riscontrare in una confederazione il carattere di maggiore rappresentatività, richiesto dalla citata norma, perché l’associazione ad essa aderente sia legittimata a costituire una rappresentanza sindacale aziendale nell’unità produttiva, non è decisiva la consistenza numerica del sindacato, ma assumono rilevanza sia l’equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco della categoria che la confederazione è istituzionalmente deputata a tutelare, sia la significativa presenza territoriale, distribuita sul piano nazionale (e non localizzata soltanto in una determinata area geografica), sia l’attività di autotutela sindacale, consistente in particolare nella sottoscrizione di contratti collettivi, o anche nella mera adesione successiva a contratti stipulati da altre organizzazioni, sia infine – come mero elemento indiziario – l’emissione del decreto del Ministro del lavoro che accerti i requisiti di rappresentatività di cui all’art. 2 della L. 18 novembre 1977, n. 902 (Cass. civ., 1.3.1986, n. 1320). Infine, è manifestazione infondata la rinnovata eccezione d’illegittimità costituzionale dell’art. 19, 1 comma, lett. a), della legge n. 300 del 1970, se interpretata nel senso di doversi prescindere dalla maggiore rappresentatività dell’organizzazione sindacale nazionale di categoria aderente alla confederazione (e non soltanto della stessa confederazione), per asserito contrasto con gli artt. 39 e 41 Cost. Quanto all’art. 39 Cost., il contrasto è individuato dal ricorrente nel fatto che tale articolo, all’ultimo comma, fa riferimento alla rappresentatività dell’organizzazione sindacale di categoria, mentre l’art. 19 della legge n. 300 del 1970, dando rilevo solo alla rappresentatività della confederazione, verrebbe in pratica a conferire potere anche ad organizzazioni sindacali prive di effettiva rappresentanza aziendale, ancorché aderenti a confederazioni nazionali maggiormente rappresentative. Tale eccezione, però, trascura di considerare che il criterio di cui all’art. 39, ultimo comma, Cost. è posto soltanto con riferimento allo specifico potere considerato dalla norma, e cioè, alla stipula di contratti collettivi obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria. Non resta preclusa, da tale disposizione (peraltro rimasta inattuata) la possibilità che altri poteri siano riconosciuti, diversi da quelli tutelati dalla norma costituzionale, alle organizzazioni sindacali di primo grado indipendentemente dall’accertamento del requisito della rappresentatività. 2 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Egualmente infondata è l’eccezione con riferimento all’art. 41 Cost., considerato che gli eventuali limiti che all’iniziativa aziendale possono derivare dalla costituzione all’interno dell’azienda di rappresentanze sindacali aziendali non incidono direttamente sulla libertà di iniziativa economica e devono, in ogni caso, intendersi previsti dallo stesso sistema costituzionale come conseguenza derivante dalla coesistenza degli interessi protetti dall’art. 41 con la tutela della libertà di organizzazione sindacale garantita dall’art. 39. Ne deriva che il ricorso va rigettato. 2) Cass. 22 agosto 1991 n. 9027 Ai fini della disposizione contenuta nell’art. 19, lett. a) della legge n. 300 del 1970, la quale consente la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali solo nell’ambito delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale, il requisito della maggiore rappresentatività – che richiede un’equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco delle categorie che la confederazione è istituzionalmente intesa a tutelare – non può essere riconosciuto alla confederazione sindacale (nella specie, la CONFEDERQUADRI, cui aderisce il SINQUADRI) diretta a tutelare gli interessi di una sola categoria di prestatori (quali, nella specie, i quadri intermedi di cui all’art. 2095 c.c., come modificato dalla legge n. 190 del 1985). 2.2. – La “maggiore rappresentatività sul piano nazionale” delle confederazioni sindacali, – che legittima le associazioni di categoria ad esse “affiliate” a costituire, nel proprio “ambito”, rappresentanze sindacali aziendali (di cui all’art. 19, primo comma, lettera a, l. n. 300-70, c.d. “statuto dei lavoratori”), beneficiarie del “sostegno qualificato” all’azione sindacale nei luoghi di lavoro (di cui al titolo III dello “statuto”) -, risulta da un complesso di “indici” sufficientemente precisi, che sono stati individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (vedine, per tutte, le sentenze n. 1320-86, 4218-84, 1256-84, 5664-81, 3993-76) e postulano, tra l’altro, la “equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco delle categorie”. Al pari del criterio selettivo della “maggiore rappresentatività”, – che ha superato, ripetutamente, lo scrutinio di costituzionalità (vedi Corte cost. n. 54-74, 334-88, 975-88, 30-90) -, anche lo specifico “indice”, ora ricordato, della “equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco delle categorie”, risulta funzionale, tra l’altro, ad “un processo di aggregazione e di coordinamento degli interessi dei vari gruppi professionali, anche al fine di ricomporre, ove possibile, le spinte particolaristiche in un quadro unitario”, nonché allo scopo di “dotare le organizzazioni sindacali – in ragione del complesso intreccio tra conflitto industriale e conflitti sociali – di strumenti idonei a pervenire ad una sintesi tra istanze rivendicative di tipo microeconomico e di tipo macroeconomico ed, insieme, di raccordare l’azione di tutela delle classi lavoratrici con la considerazione di interessi potenzialmente divergenti, quali, in particolare, quelli dei lavoratori non occupati” (così, testualmente, Corte cost. n. 3345-88 cit.). Oltre a corrispondere al ruolo tradizionalmente svolto dal movimento sindacale italiano la riferita “opzione” (della L. 300-1970) risulta, altresì, coerente con il “complessivo disegno” della Corte costituzionale, nel quale l’art. 39 va inserito, e, così con il “principio solidaristico” (art. 2 cost.) e con il “principio partecipativo” (art. 3, cpv., cost.), che configura anche le organizzazioni sindacali quali “strumenti di partecipazione” dei lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del paese, oltre che di tutela dei diretti interessi economici e sociali dei lavoratori stessi (vedi Corte cost. n. 334-88, cit. 15-75). Letto alla luce della sua “ratio”, nonché dei principi costituzionali ora menzionati, il criterio selettivo della “maggiore rappresentatività”, – e, segnatamente, l’indice relativo, costituito dalla “equilibrata consistenza in tutto l’arco delle categorie” -, non sembra ricorrente in una confederazione sindacale, che sia istituzionalmente intesa a tutelare gli interessi dei lavoratori di un solo settore merceologico oppure di una sola “categoria di prestatori” (quale, appunto, la CONFEDERQUADRI, cui aderisce la SINQUADRI, intesa a tutelare soltanto gli interessi della categoria dei “quadri”: siccome ritenuto da Corte cost. n. 334-88, cit., proprio con riferimento a dette organizzazioni sindacali). La “ratio” ed i principi costituzionali menzionati, infatti, sembrano parimenti frustrati dal riconoscimento della “maggiore rappresentatività” ad organizzazioni sindacali intese a tutelare interessi, comunque, “particolaristici” di lavoratori, siano essi individuati in base al settore merceologico oppure alla “categoria” (ex art. 2095 c.c) di appartenenza (o a qualsiasi altro criterio, che risulti valorizzato in sede di “autodefinizione” della “categoria”: vedi, per tutte, Corte cost. n. 105-69, 106-63, 70-63, 34-85; Cass. n. 701-89, 4323-88, 4933-86, 812-84, 1157, 1156, 1134-83). La soluzione proposta, – specie se letta in relazione agli “spazi” contestualmente riconosciuti al “sindacalismo autonomo” (mediante la disposizione, di cui alla lettera b del medesimo art. 19 l. n. 300-70; vedi, per tutte, Corte Cost. n. 334-88, cit.) -, non pare, poi, in contrasto con il principio di libertà sindacale (art. 39, 1 comma, cost.). 2.3. – È ben vero, infatti, che la libertà sindacale, garantita costituzionalmente (art. 39, primo comma, cost.), – come questa Corte ha già avuto occasione di affermare (vedine la sentenza n. 3778-86), pronunciata proprio con riferimento all’associazione sindacale SINQUADRI) -, non può essere limitata o condizionata, tra l’altro, da disposizioni di legge ordinaria (quale l’art. 2095 c.c., come modificato dalla legge n. 190-85, sul riconoscimento giuridico dei quadri intermedi), in tema di “categorie dei prestatori di lavoro” (con la conseguenza che, nella fattispecie considerata, questa Corte ha confermato la sentenza del giudice di merito, nella parte in cui aveva riconoscimento, appunto, al SINQUADRI il diritto di riscuotere contributi sindacali (c.d. “collettaggio”), previsto – all’art. 26 l. n. 300-70 – in favore delle “associazioni sindacali dei lavoratori”). Tuttavia lo “statuto dei lavoratori” non solo garantisce a tutti i lavoratori “il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale… all’interno dei luoghi di lavoro” (art. 14), ma assicura, altresì, sia la tutela contro discriminazioni (anche) “sindacali” (art. 15, 16), sia l’attività di proselitismo e “collettaggio” (art. 26), sia la facoltà di avvalersi di altri importanti “strumenti di esercizio collettivo”, quali quelli previsti dagli articoli 9 e 11 (vedi, per tutte, Corte cost. n. 334-88, cit.). 3 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Inoltre la garanzia del “libero sviluppo di una normale dialettica sindacale” è assicurata, dallo “statuto”, non solo mediante il divieto (art. 17) dei “sindacati di comodo” (sul punto, vedi, per tutte, Corte cost. n. 30-90, cit. intervenuta – peraltro – nelle more fra la deliberazione e la pubblicazione della presente sentenza), ma anche mediante l’azione di repressione della condotta antisindacale, prevista (art. 28) in favore delle “associazioni sindacali nazionali”, senza postularne requisiti ulteriori (v., per tutte, Corte cost. n. 334-88, cit.). Lungi al sacrificare la libertà sindacale (art. 39, primo comma, cost.), – che viene garantita “aliunde” dallo stesso “statuto” -, la “maggiore rappresentatività” (di cui ci all’art. 19, primo comma, lettera a, l. n. 300-70) funge, quindi, soltanto da criterio di selezione, – razionale e coerente con il “disegno complessivo” che informa la carta costituzionale -, per l’accesso al “sostegno qualificato” dell’azione sindacale nei luoghi di lavoro (vedi, per tutte, Corte cost. n. 54-74, 334-88, cit.). La soluzione prospettata, peraltro, non sembra stabilire, di per sè, la paventata disparità di trattamento tra Confederazioni sindacali “mono-categoriali” (quali la CONFEDERQUADRI, appunto, e la Confederazione italiana dirigenti di azienda – CIDA). 2.4. – È pure vero, infatti, che “un implicito e diretto riconoscimento di maggiore rappresentatività” – secondo l’insegnamento di questa Corte (vedine la sentenza n. 1256-84) -, può essere desunto dalla inclusione di cinque confederazioni sindacali dei lavoratori dipendenti (oltre la “monocategoriale” CIDA, le confederazioni “pluricategoriali” e “plurisettoriali” CGIL, CISL, UIL e CISNAL) tra i beneficiari del novantatre per cento dei beni delle disciolte organizzazioni sindacali fasciste (ai sensi dell’art. 1 della legge n. 902-77, concernente, appunto, l’attribuzione dei patrimoni residui delle disciolte organizzazioni sindacali fasciste, in relazione al “punto A” delle tabelle allegate alla legge). Tuttavia tale orientamento giurisprudenziale non sembra adeguato ai recenti criteri seguiti dalla Corte costituzionale (sent. n. 334- 88, 975-88, cit.). Gli “indici” di “maggiore rappresentatività” individuati dalla giurisprudenza di legittimità (vedi, per tutte, Cass. n. 1320-86 ed i precedenti conformi, cit.), – secondo l’orientamento della Corte costituzionale (vedine la sentenza n. 334-88, cit.) -, consentono, infatti, all’interprete di “prescindere da elencazioni legislative dettate ad altri fini” e di “verificare, nei singoli casi concreti, la sussistenza del requisito della maggiore rappresentatività, misurandola sulla effettività di questa e non su assunzioni aprioristiche”. Sia pure con riferimento alla valutazione della “rappresentatività” del sindacato, ai fini della partecipazione ad organi collegiali della pubblica amministrazione (e, segnatamente, della commissione per l’assistenza creditizia all’artigianato, di cui all’art. 6 l. prov. autonoma di Bolzano 12 agosto 1951, n. 1, modificato dalla l. prov. 1 settembre 1971, n. 12 nella parte in cui prevede che i due rappresentanti degli artigiani in detta commissione siano “scelti da due terne designate dall’associazione provinciale dell’artigianato”, anziché dalle organizzazioni artigiane più rappresentative della provincia), la stessa Corte costituzionale (sent. n. 975-88, cit.), poi, ha avuto occasione di precisare esplicitamente, – a sostegno della declaratoria di incostituzionalità della “norma” citata (desunta, in via interpretativa, dall’art. 6 l. prov. Bolzano n. 1151 e succ. modifiche) -, con “la legge non può individuare a priori, una volta per tutte, una o più organizzazioni determinate come maggiormente rappresentative, ma deve rimettere tale determinazione all’autorità amministrativa preposta alla nomina (nel caso considerato dalla Corte costituzionale e, quindi deve ritenersi in linea generale, all’interprete), che, volta per volta, valuterà comparativamente il rispettivo grado di rappresentatività delle associazioni sindacali esistenti” (esula, tuttavia, qualsiasi valutazione comparativa nell’apprezzamento della “maggiore rappresentatività”, di cui all’art. 19, primo comma, lett. a, l. n. 300-70). Alla luce della ricordata pronuncia della Corte costituzionale, – che investe il metodo di valutazione della “rappresentatività” dei sindacati, imponendone l’apprezzamento, di volta in volta, in base alla situazione contingente -, andrebbe, quindi, rimediato il giudizio di “maggiore rappresentatività” che il ricordato precedente di questa Corte (sent. n. 1256-84) intende desumere, esclusivamente, della mera inclusione in una “elencazione legislativa dettata a diversi fini” (così, testualmente, Corte cost. n. 334- 88, cit.). All’esito della prospettata rimeditazione, – che esula, tuttavia, dalla presente controversia -, l’impiego del medesimo metodo valutativo, ai fini dell’apprezzamento della “maggiore rappresentatività” di qualsiasi confederazione sindacale (ivi compresa la CIDA), non potrebbe non garantire la conciliazione di detto “principio organizzativo” (la “maggiore rappresentatività”, appunto) con il principio costituzionale di uguaglianza (art. 3 cost.), certamente applicabile anche ai soggetti collettivi e, segnatamente, alle organizzazioni sindacali (vedi, per tutte, Corte cost. n. 975-88, cit., 2-69, 25-66, 15-75, 68-80). Competono, poi, alla “discrezionalità” del legislatore (e, sul punto, pendono già iniziative legislative: n. 1550 Atti Senato, n. 3768 Atti Camera) eventuali riforme, – in tema di “rappresentatività sindacale” -, anche per dare seguito al “monito” della Corte costituzionale (sent. n. 30-90, cit.), laddove segnala, appunto, che “l’apprestamento di nuove regole – ispirate alla valorizzazione dell’effettivo consenso come metro di democrazia nell’ambito di rapporti tra lavoratori e sindacato – è ormai necessario per garantire una più piena attuazione, in materia, dei principi costituzionali”. 3) Cass. 27 aprile 1992 n. 5017 Al fine di riscontrare in una confederazione sindacale il carattere di maggiore rappresentatività, richiesto dall’art. 19, lett. a), della legge n. 300 del 1970 perché l’associazione ad essa aderente sia legittimata a costituire una rappresentanza sindacale aziendale nell’unità produttiva, assumono rilevanza non solo la consistenza numerica del sindacato ma anche l’equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco delle categorie che la confederazione è istituzionalmente deputata a tutelare, oltre la significativa presenza territoriale sul piano nazionale, nel senso non di totalità ma di adeguata distribuzione, essendo detta rappresentatività correlata non tanto al potere di maggiore incisione nella contrattazione collettiva quanto alla capacità di rappresentare lo spirito e la finalità comuni alle varie componenti del mondo del lavoro. Pertanto, il requisito della maggiore rappresentatività non può essere riconosciuto ad una confederazione (nella specie, Sindacato Nazionale Quadri Industria) costituente un raggruppamento di sindacati monocategoriali, sia pure appartenenti a vari settori produttivi. 4 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza I motivi, che possono essere congiuntamente trattati attesa la loro connessione, sono privi di fondamento. Questa Corte ha già avuto modo di evidenziare, attraverso numerose pronuncie (dalle nn. 4270-78, 5057 e 5664-81, 1256-84, 1320-86, fino alla più recente n. 10392-90), gli indici o elementi sistematici della maggiore rappresentatività sul piano nazionale delle confederazioni nel cui ambito devono collocarsi i sindacati per potere, secondo la previsione dell’art. 19 lett. a) dello Statuto dei lavoratori, costituire rappresentanze sindacali aziendali in ogni unità produttiva. Tali fondamentali criteri sono stati identificati nella consistenza numerica, nell’equilibrata consistenza associativa in tutto l’arco delle categorie che la confederazione è diretta a tutelare, e in una significativa presenza territoriale sul piano nazionale – nel senso di un’adeguata distribuzione, non di totalità. Essi valgono ad attribuire alle confederazioni una particolare collocazione all’interno del movimento sindacale, nel senso che la rappresentatività non è tanto correlata al loro potere di maggiore incisione nella contrattazione collettiva, quanto alla loro capacità di rappresentare lo spirito e le finalità comuni alle varie componenti del mondo del lavoro. D’altronde l’ipotesi di cui alla lett. b) dello stesso art. 19 estende alle associazioni sindacali non affiliate alle cennate confederazioni la stessa facoltà (di costituire RSA) ove abbiano estrinsecato la loro presenza mediante la partecipazione diretta o per adesione alla contrattazione collettiva, traendo legittimazione da una effettiva influenza nel mondo del lavoro. Ora, l’impugnata sentenza, escludendo il carattere di maggiore rappresentatività alla Conferquadri in quanto raggruppamento di sindacati monocategoriali sia pure appartenenti a vari settori produttivi (concetto ben diverso da quello di categoria che va esteso nel significato desumibile dall’art. 2095 cod. civ., alla cui stregua i lavoratori subordinati si classificano in quattro categorie: dirigenti, quadri, impiegati e operai: cfr. in prop. Corte Cost. n. 103-89) non è incorsa nella dedotta violazione del cit. art. 19 – così come interpretato dalla richiamata giurisprudenza di questa Corte -, nè è censurabile sotto il profilo del vizio di motivazione, avendo adeguatamente esposto in modo coerente le ragioni di tale esclusione. Priva altresì di fondamento è la tesi del ricorrente per cui se il requisito del potere contrattuale è sufficiente per il riconoscimento del vantato diritto alla stregua dell’art. 19 lett. b) a prescindere dal carattere monocategoriale o meno dell’associazione, tale carattere non dovrebbe essere ostativo al riconoscimento della fattispecie acquisitiva di cui alla lettera a) che contempla altri elementi oltre quello del potere contrattuale. Ora, se è vero che anche un sindacato aderente ad una confederazione maggiormente rappresentativa sul piano nazionale può aver partecipato alla stipula di un contratto collettivo nazionale o provinciale di lavoro applicati all’unità produttiva, ciò non comporta alcuna conseguenza sul piano del riconoscimento del diritto in questione, trattandosi di ipotesi distinte che riflettono situazioni differenti, l’una concernente la collocazione dell’associazione all’interno della più ampia struttura costituita dalla confederazione maggiormente rappresentativa, si da assicurare ragionevolmente l’osservanza degli indirizzi di fondo di una politica sindacale di maggior respiro, l’altra correlata ad una autonoma capacità di incisione nei rapporti sindacali. Tra le distinte posizioni non vi è interferenza e i requisiti richiesti, pur potendo coincidere nello stesso soggetto, non possono essere utilizzati promiscuamente, ciascuno dovendo essere invocato con riferimento alla specifica, espressa previsione normativa. Nè infine ha pregio l’assunto della non vincolatività della cit. pronuncia della Corte Costituzionale n. 334-88 in quanto sentenza interpretativa di rigetto: se ciè è vero, non è però rilevante ai fini della decisione qui censurata, la cui motivazione è fondata su un complesso argomentativo autonomo di più ampia portata ed immune da vizi logici e giuridici.

 

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