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12 Settembre 2017

Giurisprudenza sindacale, parte III: assemblea,rsu,contributi,pubblico impiego

diritto sindacale

Il diritto di assemblea 1) Cass. 30 ottobre 1995 n. 11352 I limiti del diritto di assemblea, riconosciuto dall’art. 20 l. 20 maggio 1970 n. 300, si esauriscono nell’osservanza delle regole imposte da tale norma per l’esercizio del diritto medesimo e nella tutela – prioritaria o paritaria – di eventuali interessi confliggenti. Pertanto, i lavoratori possono legittimamente riunirsi in assemblea nei locali aziendali, anche durante l’attuazione di uno sciopero, senza che il datore di lavoro possa impedire la loro permanenza nel luogo di lavoro. Come è stato affermato in più occasioni da questa Corte, i limiti intrinseci del diritto di assemblea riconosciuto dall’art. 20 Stat. Lav. si esauriscono nell’osservanza delle regole imposte da tale norma per l’esercizio del diritto medesimo, che risulta garantito come tale, puro e incondizionato, dalla legge, e prevale così anche sull’interesse del datore di lavoro alla produzione, incontrando limiti solo nella tutela – prioritaria o paritaria – di eventuali interessi confliggenti (cfr. Cass. 3 gennaio 1986 n. 31, 12 giugno 1987 n. 5179, 3 aprile 1993 n. 4032). Detta tutela comporta l’illimitata possibilità di tenere assemblee sul posto ma fuori dell’orario di lavoro, mentre fissa poi il limite delle dieci ore lavorative da dedicare, con retribuzione, all’espletamento dello stesso diritto di riunione: disposizione questa che vuole segnare il limite del diritto alla retribuzione, e non già il limite massimo del diritto di riunione (così, Cass. n. 31-1986 cit.). Al fine di tutelare l’esplicazione dell’attività sindacale – garantita in via generale dall’art. 14 dello Statuto dei lavoratori – la stessa legge pone a carico del datore di lavoro specifichi obblighi di collaborare a determinate manifestazioni di questa attività, obblighi che nella previsione dell’art. 20 si traducono – oltre che nell’onere economico connesso all’espletamento di assemblee retribuite – in un limite al potere di disposizione dei beni aziendali; questo limite corrisponde del resto ad una regola di disponibilità dei luoghi di lavoro nell’interesse proprio dei lavoratori, che risulta gia enunciata dal citato art. 14 con il riferimento al diritto di svolgere attività sindacale nei luoghi di lavoro. L’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui questa tutela verrebbe totalmente meno con l’esercizio del diritto di sciopero (che comporta di per sè l’obbligo dei lavoratori scioperanti di abbandonare i locali dell’azienda) non ha alcun fondamento giuridico. Deve essere qui richiamato il principio secondo cui durante lo sciopero, mentre restano sospese le obbligazioni relative alla prestazione di lavoro e al pagamento delle retribuzioni, non restano sospesi gli altri diritti ed obblighi costituenti il contenuto del rapporto di lavoro, estranei alla interruzione della prestazione lavorativa (cfr. Cass. 5 gennaio 1980 n. 19 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza 43, con riguardò alla responsabilità dei lavoratori per illeciti disciplinari realizzati durante lo sciopero); e la sospensione del lavoro non puo certamente incidere sulla sfera dei diritti sindacali, non collegati direttamente con l’esecuzione della prestazione. Per contro, è sicuramente rilevabile un nesso immediato tra l’esercizio del diritto di sciopero (come per ogni iniziativa promossa per la tutela di interessi collettivi dei lavoratori nelle situazioni di conflitto) e l’attuazione del diritto di riunione dei lavoratori nell’unità produttiva, riconosciuto dalla legge con la tutela di una forma organizzativa che rappresenta un effettivo strumento di diretto potere sindacale, finalizzato a perseguire questi interessi. La difesa della società resistente sostiene invece, inaccettabilmente, la totale inoperatività delle garanzie stabilite dallo Statuto dei lavoratori per l’espletamento dell’attività sindacale durante la sospensione dell’attività lavorativa, assumendo che l’assemblea “tenuta durante l’astensione collettiva altro non è che una particolare modalità di esercizio del diritto di sciopero” alla quale trova applicazione solo la disciplina dello sciopero, e non quella della assemblea: tesi questa che potrebbe essere eventualmente prospettata solo nell’ipotesi di assemblea “spontanea” (in assenza, cioè, dei presupposti previsti dall’art. 20 per la convocazione della riunione) in cui, mancando gli elementi necessari della fattispecie regolata dalla norma, non sorge l’obbligo di collaborazione del datore di lavoro, e la permanenza dei lavoratori nei locali dell’azienda puo rappresentare solo una modalità di attuazione dello sciopero. Nella specie, peraltro, non si pone alcuna questione circa l’esistenza o meno dei suddetti presupposti per l’esercizio del diritto di assemblea, in ordine al quale la decisione impugnata non esamina neppure, d’altro canto, profili di pregiudizio od ostacolo per lo svolgimento, nel caso concreto, dell’attività aziendale. Non risulta infine prospettata nel giudizio di appello la questione, richiamata negli scritti difensivi dalla società SISMA, della violazione delle regole poste da un accordo sindacale aziendale da parte dei lavoratori in sciopero: si tratta di un tema di contestazione il cui esame è precluso in questa sede di legittimità, in quanto coinvolge accertamenti di fatto non compiuti, perché non richiesti, dal giudice del merito. La sentenza impugnata deve essere quindi cassata, con rinvio della causa ad altro giudice (designato nel Tribunale di Biella) che procederà al riesame attenendosi ai principi sopra enunciati, e provvederà anche sulle spese del presente giudizio. 2) Cass. 12 agosto 1996 n. 7471 Non rientra fra le limitazioni poste dall’art. 20 l. 20 maggio 1970 n. 300 al diritto dei lavoratori di riunirsi in assemblea nell’unità produttiva nella quale prestano la loro opera, durante l’orario di lavoro e nel limite delle dieci ore annue, per discutere di materie di interesse sindacale e del lavoro – ferma restando la possibilità che ulteriori modalità per l’esercizio del diritto di assemblea vengano stabilite nei contratti collettivi di lavoro, anche aziendali -, la salvaguardia del normale svolgimento dell’attività aziendale, la quale è cosa affatto diversa dalla libertà di iniziativa economica e di organizzazione dell’imprenditore, costituzionalmente protetta (art. 41 cost.). La ricorrente società denunzia con il primo motivo la violazione dell’art. 20 L. 300-70 deducendo che il diritto di assemblea non prevale sull’attività imprenditoriale, perché questa è garantito costituzionalmente (art. 41) e non quello, come ritenuto dal Pretore; anche in mancanza di norme collettive, è illegittima l’assemblea che incida gravemente sul normale esercizio dell’attività imprenditoriale. Il motivo non è fondato. L’art. 20 legge n. 300 del 1970 prevede il diritto dei Lavoratori di riunirsi, nella unità produttiva in cui prestano la loro opera, durante l’orario di lavoro, ponendo l’unico limite delle 10 ore annue (mentre ulteriori modalità per l’esercizio del diritto di assemblea possono essere stabilite nei contratti collettivi di lavoro, anche aziendali). Quindi esattamente il Pretore ha ritenuto la sussistenza di un diritto perfetto dei Lavoratori a riunirsi nei luoghi di lavoro, anche durante l’orario di lavoro, per discutere materia di interesse sindacale e del lavoro (diritto che discende dall’art. 20 S.L.: il Pretore non ne ha affermato il rango costituzionale, come afferma la ricorrente). Tanto chiarito, la Corte rileva che correttamente il Pretore ha ritenuto che la garanzia del servizio di vendita al pubblico non è un bene costituzionalmente protetto (in tal caso sarebbe stato prevalente sul diritto di riunione dei lavoratori di cui all’art. 20 S.L.). Non è utile il richiamo all’art. 41 della Costituzione. Nella fattispecie non è in discussione la libertà di iniziativa economica e di organizzazione dell’imprenditore. Tale libertà è cosa ben diversa dal normale svolgimento dell’attività aziendale, interesse questo che non è di per sè tutelato dall’art. 20 S.L. (cfr. in tali sensi, Cass. 4032-93). Nella fattispecie i lavoratori non hanno posto in essere attività idonea a pregiudicare irreparabilmente la produttività dell’azienda, cioè la possibilità per l’imprenditore di continuare a svolgere la sua iniziativa economica. 3) Cass. 8 aprile 1981 n. 2035 Nell’ipotesi in cui il datore di lavoro, pur non essendovi tenuto per legge o per contratto, abbia posto a disposizione dei lavoratori un idoneo locale per le assemblee, è da escludere, giacché l’offerta anzidetta costituisce espressione del diritto dell’imprenditore all’organizzazione dei beni aziendali, la facoltà dei lavoratori di scegliere, a loro discrezione, un luogo diverso, salvo che il locale sia obbiettivamente inidoneo. Peraltro, quando sorga contrasto tra le parti in ordine all’idoneità del locale offerto, ed alla richiesta dei lavoratori faccia riscontro l’opposizione dell’imprenditore alla scelta ed all’utilizzazione di un locale diverso, viene in essere una controversia che i lavoratori non possono risolvere unilateralmente mediante esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma per la quale devono far ricorso alla tutela giurisdizionale. 20 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza In mancanza – a norma dell’art. 20 l. 20 maggio 1970 n. 300 e della disciplina collettiva ad esso uniformatasi (nella specie, contratti collettivi per i metalmeccanici del 1973, del 1975 e del 1979) – di un obbligo del datore di lavoro di porre a disposizione dei lavoratori un locale per le assemblee, sussiste, quando il primo non si sia spontaneamente attivato in tal senso, una facoltà dei secondi di scegliere, nell’ambito dell’unità produttiva in cui prestano la loro opera, il luogo in cui riunirsi. A fronte di tale facoltà – che non è qualificabile come diritto potestativo e che non costituisce neppure un diritto autonomo, ma solo un elemento del complesso contenuto del diritto di riunione nell’unità produttiva – è configurabile solo una obbligazione negativa o un “pati” del datore di lavoro, la cui sussistenza è subordinata alla legittimità della scelta dei lavoratori (che, in generale, non può riguardare un bene aziendale la cui destinazione sia incompatibile con lo svolgimento dell’assemblea e, in particolare, non può pregiudicare la continuazione dell’attività lavorativa da parte dei dipendenti che all’assemblea non partecipano, nè la sicurezza delle persone o la salvaguardia degli impianti) e la cui violazione non può, comunque, dar luogo ad arbitraria forma di autotutela (quale l’occupazione del locale prescelto), ma legittima soltanto il ricorso alla tutela giurisdizionale (esecuzione forzata ai sensi degli art. 612-614 c.p.c., risarcimento dei danni, inibizione del ripetersi delle violazioni), resa più pronta ed efficace dalla possibilità del ricorso allo speciale procedimento di repressione della condotta antisindacale previsto dall’art. 28 dello statuto dei lavoratori. RSU e diritto di assemblea 1) Cass. 26 febbraio 2002 n. 2855 Il diritto di indire assemblee dei lavoratori compete, ai sensi degli art. 19 – nel testo risultante a seguito della parziale abrogazione disposta con d.P.R. n. 312 del 1995 – e 20 st. lav., alle r.s.a. ed alle organizzazioni sindacali firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva, mentre, trattandosi di diritto conferito alle r.s.a. come organismi e non ai dirigenti delle stesse, non rientra tra le prerogative attribuite a ciascun componente delle r.s.u. dall’art. 4 dell’Accordo interconfederale 20 dicembre 1993, in forza del quale i componenti delle r.s.u. subentrano ai dirigenti delle r.s.u. negli strumenti di tutela e garanzia stabiliti a loro favore dal titolo III dello statuto dei Lavoratori. 1. Con il primo motivo di ricorso la Slai Cobas deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1 comma, c.c., 1367 c.c. e 1369 c.c. con riferimento agli artt. 4 e 5 dell’Accordo Interconfederale 20 dicembre 1993 per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie(art. 360 n. 3 c.p.c.). In particolare la ricorrente organizzazione sostiene che il Tribunale ha errato nel ravvisare, nella lettura delle norme pattizie, l’attribuzione del potere di indizione delle assemblee alla r.s.u., quale organismo collegiale. Una tale conclusione va, infatti, esclusa sulla base del significato univoco delle norme pattizie attestante l’intento di assicurare alle nuove rappresentanze sindacali unitarie le medesime prerogative che già spettavano alle rappresentanze sindacali aziendali. In particolare la precisazione contenuta alla lettera a) dell’art. 4 dell’Accordo Interconfederale attesta il diritto di ogni organizzazione sindacale e, quindi, anche della Slai Cobas, di indire singolarmente o congiuntamente 3 delle 10 ore di assemblea. L’indicata clausola di riserva diretta, appunto, a prevedere la possibile indizione (singola o congiunta) da parte delle organizzazioni riservatarie risulterebbe priva di ogni logica e perderebbe, quindi, qualsiasi effetto se il sistema introdotto dall’accordo fosse, come ritenuto dal Tribunale, quello della indizione congiunta delle assemblee, perché una tale opzione ermeneutica consentirebbe alle sole componenti di matrice Cgil, Cisl e Uil il potere di indire, disgiuntamente o congiuntamente, le assemblee senza consultare i componenti di diversa estrazione. In ogni caso il Tribunale non aveva tenuto conto della collocazione sistematica della disposizione dell’art. 4, che si pone come deroga ed eccezione ai poteri dei componenti delle r.s.u. in quanto proprio la collocazione sotto il titolo “diritti, permessi, libertà sindacali e modalità di esercizio” dello stesso articolo 4, che disciplina il subentro dei componenti della r.s.u. ai dirigenti della r.s.a., travolge irrimediabilmente la possibilità di attribuire il potere di indizione dell’assemblea dei lavoratori alla r.s.u. nel suo complesso essendo palese che il diritto è stato attribuito ai singoli componenti del nuovo organismo sindacale. L’interpretazione fornita dal Tribunale si pone, infine, in contrasto con il disposto dell’art. 1369 c.c., che impone nel dubbio l’interpretazione più conveniente alla natura ed all’oggetto del contratto. Con il secondo motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 20 legge 20 maggio 1970 n. 300 e dell’art. 1418 c.c. con riferimento agli artt. 4 e 5 dell’Accordo Interconfederale 20 dicembre 1993 (art. 360 n. 3 c.p.c.). Osserva al riguardo che il Tribunale, con l’interpretazione data delle clausole pattizie, aveva finito per violare la norma imperativa contenuta nell’art. 20 legge n. 300 del 1970 e precisamente l’ultimo comma di detta norma, che consente alle parti collettive solo e soltanto di individuare, a livello pattizio, le ulteriori modalità dell’esercizio del diritto di assemblea ma non certo quello di “intaccare” le modalità volute dalla legge. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363, 1367 e 1369 c.c. con riferimento al Protocollo di Intesa trilaterale Governo, Confindustria e Sindacato del 23 luglio 1993 (art. 360 n. 3 c.p.c.), deducendo che l’interpretazione data dal Tribunale non aveva rispettato detto protocollo nella parte in cui prescrive che “il passaggio dalla disciplina delle r.s.a. a quelle della r.s.u. deve avvenire a parità di trattamento legislativo e contrattuale nonché a parità di costi per l’azienda”. Con il quarto motivo l’organizzazione sindacale ricorrente deduce ancora violazione e falsa applicazione dell’art. 1362, secondo comma, c.c., nonché omessa valutazione di un punto decisivo della controversia (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.) addebitando al giudice di merito di non avere tenuto conto del comportamento delle parti successivo alla conclusione del contratto in quanto non aveva tenuto conto che la società con l’autorizzare, in data 2 giugno 1997, una assemblea indetta dalle rappresentanze sindacali della Cgil, Cisl ed Uil, senza l’adesione della r.s.u. Slai, aveva con ciò riconosciuto – non trovando il principio maggioritario nessuna traccia nè nell’accordo nè nell’art. 20 stat. lav. – l’esistenza di un diritto ad iniziative disgiunte, diritto che si era, invece, negato ad essa organizzazione ricorrente. 21 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Con il quinto motivo il ricorrente denunzia contraddittorietà della motivazione (art. 360 n. 5 c.p.c.) assumendo che il Tribunale da un lato aveva affermato che l’Accordo Interconfederale estende alle r.s.u. ed alle loro componenti le prerogative già attribuite alle r.s.a., anche per le ipotesi in cui tali prerogative non sarebbero spettate ai soggetti beneficiati in virtù dell’art. 19 stat. lav., e dall’altro aveva concluso nel senso opposto. Ed a tale conclusione giungeva dopo avere esaminato la portata dell’art. 4 e dell’art. 5 dell’Accordo Interconfederale rispettivamente tendenti a trasferire ai componenti della r.s.u., ad esse ed ai loro dirigenti, le prerogative già spettanti alle r.s.a.. 2. I motivi del ricorso, da esaminarsi congiuntamente per importare la soluzione di questioni strettamente connesse, vanno rigettati perché privi di fondamento. Ai fini di un ordinato iter motivazionale appaiono opportune alcune preliminari considerazioni sulla regolamentazione della rappresentanza sindacale, che in ragione dei numerosi interventi a livello legislativo e di contrattazione collettiva, ha subito nel tempo numerosi e radicali mutamenti. La legge 20 maggio 1970 n. 300 devolveva i diritti sindacali posti nel titolo III della stessa legge alle rappresentanze sindacali aziendali costituite nell’ambito delle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale (art. 19 lett. a), nonché alle associazioni sindacali non affiliate alle suddette confederazioni ma risultanti firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva. La norma risultava fondata su un criterio selettivo della rappresentanza sindacale perché era volta a riconoscere ampi poteri alle organizzazioni dei lavoratori storicamente collaudate, quali quelle espresse dal sindacalismo confederale, e ad estendere detti poteri anche a quelle associazioni, per le quali la stipula di contratti “nazionali o provinciali” dimostrava nei fatti una non marginale capacità di consenso in non ristretti ambiti territoriali. Come è noto, su tale normativa, cui era stato riconosciuto un indubbio carattere definitorio atto ad individuare i soggetti titolari dei singoli diritti sindacali disciplinati dagli artt. 20 e ss. stat. lav., si è innestata la disciplina sulle “rappresentanze sindacali unitarie” (r.s.u.), previste dal Protocollo di Intesa trilaterale (Governo-Confindustria-Sindacato) del 23 luglio 1993, e regolate dall’accordo (delle tre Confederazioni con la Confindustria e con l’Intersind) del 20 dicembre 1993. Come risulta dagli atti difensivi delle parti in causa, detto accordo, da un lato, dispone che le organizzazione firmatarie o quelle che ad esso aderiscono successivamente acquistino il diritto di promuovere la formazione delle r.s.u. e di partecipare alle relative elezioni, rinunziando così alla costituzione di proprie r.s.a., e, dall’altro, contempla che le r.s.u. subentrino alle r.s.a. “nella titolarità dei diritti, dei permessi e libertà sindacali” del titolo III dello statuto (art. 4, parte I) nonché nella “titolarità dei poteri e nell’esercizio delle funzioni attribuite dalla legge” (art. 5, parte I). Da ultimo a rendere la materia in oggetto fonte di complesse problematiche – come attesta del resto la presente controversia – ha contribuito l’esito del referendum, svoltosi l’11 luglio 1995, di approvazione del secondo quesito diretto ad investire la lettera a) e le parole “nazionali o provinciali” della lettera b) dell’art. 19 stat. lav., con il risultato che oggi le rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva solo nell’ambito delle associazioni “che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva”. È stato osservato in dottrina che l’abrogazione referendaria della qualificazione, come nazionale o provinciale, dei contratti collettivi la cui stipulazione dà titolo alla costituzione delle r.s.a. ha portato ad un allargamento delle maglie selettive attraverso le quali misurare la legittimazione delle organizzazioni ad esercitare le loro prerogative nelle diverse unità produttive. La validità di un tale assunto appare incontestabile se si osserva come attraverso l’abrogazione della lettera a) dell’art. 19 stat. lav. possa in astratto diminuirsi l’operatività a livello di singole unità produttive anche di organizzazioni sindacali che, pur maggiormente rappresentative sul piano nazionale, non risultino però firmatarie di contratti collettivi applicabili all’unità produttiva, e come di contro possano notevolmente ampliarsi nei luoghi di lavoro i poteri di organismi non collaudati sul piano storico e con seguito unicamente in un ristretto ambito territoriale. La rappresentatività utile per l’acquisto dei diritti sindacali nell’azienda viene così ad essere condizionata unicamente da un dato empirico di effettività dell’azione sindacale concretizzantesi nella stipula di qualsiasi contratto collettivo (nazionale, provinciale o aziendale) applicato nell’unità produttiva. Criterio questo che – come è doveroso ricordare in una ricostruzione storica delle diverse forme di “rappresentatività sindacale” – ha superato lo scrutinio di legittimità costituzionale (con riferimento agli artt. 3 e 39 Cost.) sul rilievo che “l’esigenza di oggettività del criterio legale di selezione comporta una interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19 tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale”, sicché non è “sufficiente la mera adesione formale a un contratto negoziato da altri sindacati, ma occorre una partecipazione attiva al processo di formazione del contratto” e “nemmeno è sufficiente la stipulazione di un contratto qualsiasi, ma deve trattarsi di un contratto normativo che regoli in modo organico i rapporti di lavoro, almeno per un settore o un istituto importante della loro disciplina, anche in via integrativa, a livello aziendale, di un contratto nazionale o provinciale già applicato nella stessa unità produttiva” (in tali esatti sensi: Corte Cost. 12 luglio 1996 n. 244 cui adde, per la statuizione che la rappresentatività negoziale valorizza l’effettività dell’azione sindacale, Corte Cost. 4 dicembre 1995 n.492). 3. Corollario di quanto sinora detto è che alla stregua del nuova normativa ben possono le rappresentanze sindacali aziendali essere costituite da una organizzazione sindacale di non rilevanza nazionale – perché radicata in una specifica realtà geografica – ma che sia tuttavia sottoscrittrice di un accordo collettivo applicato nell’unità produttiva di riferimento. In assenza di detta sottoscrizione l’organizzazione sindacale non è, invece, legittimata alla costituzione di una r.s.a., il che importa la negazione del carattere di antisindacalità nella condotta del datore di lavoro volto a disconoscere diritti ad organismi aziendali promananti da associazioni prive di quella rappresentatività negoziale, che – come va ancora una volta ribadito – costituisce, per la nuova normativa, indice di effettività dell’azione sindacale. 22 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Da qui, quindi, l’incapacità del sindacato Slai Cobas – in quanto non firmatario di alcun contratto applicabile all’unità produttiva della Sitip s.p.a. – a costituire una r.s.a. e, conseguentemente, la sua incapacità anche ad indire una assemblea del lavoratori ai sensi dell’art. 20 stat. lav. atteso che, in ragione della diretta connessione di detta norma con il precedente art. 19, possono indire riunioni dei lavoratori solo le organizzazioni sindacali legittimate a costituire r.s.a.. 4. A ben vedere il più rilevante inconveniente che l’esito del referendum ha determinato è quello di avere introdotto elementi innovativi non sempre agevolmente coordinabili con l’assetto delle relazioni industriali scaturenti dal Protocollo di luglio 1993, per basarsi detto Protocollo (unitamente al già citato accordo del 20 dicembre 1993) su una previsione (e regolamentazione) delle r.s.u.(destinate in molte unità produttive alla sostituzione delle r.s.a.), fondata su un criterio di rappresentatività completamente mutato a seguito del suddetto referendum, ed incentrato unicamente su criterio dell’effettività dell’azione sindacale. Ciò importa la necessità che – al fine di individuare gli effetti del passaggio tra organismi di rappresentanza diversi tra loro (tra l’altro per le modalità di elezione e per i compiti ad essi assegnati) ed al fine di misurare le ricadute prodotte dal referendum sulla normativa di sostegno all’azione sindacale in azienda – l’interprete deve procedere ad una lettura dell’accordo interconfederale che, oltre a superare il vaglio dei criteri ermeneutici di cui agli artt. 1362 e segg. c.c., si mostri ugualmente rispettoso dei principi fissati, in materia di rappresentatività sindacale, dai giudici delle leggi e da quelli di legittimità. I primi hanno stabilito – pur in vigenza dell’originario testo dell’art. 19 stat. lav. ma con implicazioni teoriche tuttora valide anche per la fattispecie in esame – che il criterio selettivo predeterminato dalla norma statutaria assume carattere inderogabile perché possibili regole pattizie in deroga a tale criterio, risolvendosi per i destinatari in una disciplina di favore, sono suscettibili di “avvantaggiare sindacati di scarsa consistenza e, correlativamente, alterare la parità di trattamento rispetto ad organizzazioni dotate di rappresentatività anche maggiori presenti in azienda” (cfr. in tali sensi Corte Cost. 26 gennaio 1990 n. 30). I secondi giudici hanno, poi, riconosciuto l’esistenza di un principio di parità di trattamento non tra tutti gli organismi sindacali ma solo fra quelle organizzazioni aventi i requisiti di cui all’art. 19 stat. lav., in adesione così ad autorevole dottrina che ha patrocinato l’esistenza di un principio di parità di trattamento soltanto tra i soggetti collettivi indicati dalla suddetta norma statutaria su cui ha trovato sostegno la pretesa a non subire differenziazioni capaci di incidere negativamente sulla libertà sindacale (cfr. in tali sensi: Cass. 26 ottobre 1991 n. 11442). Coerente sviluppo dei enunciati principi è l’assunto secondo cui il diritto alla parità sussiste solo tra quelle organizzazioni ritenute per legge dotate di un eguale tasso di “rappresentatività”, sicché se l’attribuzione di un diritto ad un sindacato concorrente viene negato ad altro sindacato avente la medesima capacità rappresentativa prevista per legge,”il rifiuto finisce per confliggere con il principio di uguaglianza operante fra i soggetti indicati dall’art. 19 e, quindi, per assumere necessariamente, la valenza discriminatoria” (così ancora Cass. 26 ottobre 1991 n. 11442 cit.). 5. Orbene, il Tribunale di Busto Arsizio nel negare la fondatezza della pretesa della Slai Cobas e nel disconoscere l’antisindacalità della condotta della Sitip s.p.a. ha dato dell’accordo Interconfederale del 20 dicembre 1993 una interpretazione che – per essere stata pienamente rispettosa dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 segg. c.c. e dei principi costituzionali sulla rappresentatività sindacale – non merita alcuna censura in questa sede di legittimità, e non merita, conseguentemente, critica alcuna la sentenza del suddetto Tribunale, la cui motivazione si presenta come adeguata, priva di salti logici e giuridicamente corretta. Il titolo III della legge 20 maggio 1970 n. 300 nel regolare l’esercizio dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro riconosce ai dirigenti delle rappresentanze sindacali alcuni specifici diritti, che fungono da prerogative della “persona” del sindacalista per consentire allo stesso di esercitare liberamente, ed al riparo da riprovevoli ritorsioni, la propria attività di proselitismo sindacale. In questa ottica si giustificano le garanzie ed i diritti riconosciuti, appunto, ai “dirigenti” delle r.s.a. dall’art. 22 in materia di trasferimenti (cui va assimilata la tutela attribuita agli stessi lavoratori dal disposto dell’ultimo comma dell’art. 18 stat.lav.) nonché dagli artt. 23 e 24 in materia di permessi (retribuiti e non retribuiti). La stesso titolo III attribuisce poi nei luoghi di lavoro poteri e prerogative alle r.s.a. nei casi in cui risultano coinvolti interessi della collettività dei lavoratori, chiamata ad esprimere la propria volontà attraverso gli strumenti di partecipazione democratica alla vita dell’impresa o interessata a prendere conoscenza e consapevolezza di eventi di interesse sindacale o riguardanti il lavoro. Sono questi più specificamente i casi disciplinati dall’art.20 in tema di indizione di assemblea, dall’art. 21 in tema di indizione di referendum ed, ancora, dall’art. 25 riguardante il diritto d’affissione. In questi settori i diritti e le prerogative vengono riconosciuti al sindacalista – non in funzione della tutela della sua “persona” ma – come rappresentante del “sindacato-organizzazione” e, cioè, come organo idoneo a rendere possibile l’esercizio di diritti a rilevanza collettiva. In un assetto normativo così delimitato una specifica disciplina è stata, poi, dettata per il diritto di assemblea allo scopo di creare, da un lato, un giusto equilibrio tra gli interessi del datore di lavoro e quelli della collettività dei dipendenti e, dall’altro, di favorire la partecipazione dei lavoratori attraverso il riconoscimento a titolo di retribuzione sino a dieci ore annue del tempo trascorso in assemblea durante il normale orario di lavoro. Contestualmente per impedire un uso poco responsabile del diritto di assemblea si è stabilito che le riunioni sono convocate unicamente dalle r.s.a., singolarmente o congiuntamente, vendo il legislatore escluso la possibilità di assemblee indette da organismi diversi dalle r.s.a. individuate dall’art. 19 stat. lav.. Ed infine, come precisato da autorevole dottrina, dal coordinamento tra il periodo finale del comma 1 dell’art. 20 stat. lav. (che prevede la possibilità che con la contrattazione collettiva siano introdotte migliori condizioni di quelle contemplate per legge) e l’ultimo comma della norma (che legittima la contrattazione collettiva a prescrivere “ulteriori modalità per l’esercizio del diritto”) è dato desumere che la contrattazione non può derogare in peius alla norma legale sui punti relativi all’esistenza e consistenza del diritto di assemblea ed al suo effettivo esercizio entro i limiti orari legislativamente indicati, mentre può fissare modalità volte a rendere meno oneroso per l’imprenditore l’esercizio del diritto stesso da parte dei lavoratori sempre che dette modalità non incidano sul nucleo inderogabile della norma in oggetto. 23 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza 6. Alla stregua delle argomentazioni sinora esposte l’opzione ermeneutica seguita dal Tribunale nella lettura degli artt. 4 e 5 dell’accordo interconfederale risulta confortata oltre che dalla lettera dell’accordo anche da evidenti ragioni di ordine logicosistematico. Ed invero l’art. 4 del citato accordo fa esclusivo riferimento ai “diritti, permessi, libertà sindacali e tutele”, attribuiti dal titolo III dello statuto, non alle r.s.a. quali organismi, bensì ai “dirigenti” delle stesse, cui si sostituiscono ora i “componenti della r.s.u.”. Tra le prerogative attribuite dal citato art. 4 a detti componenti non può però includersi il diritto di indire assemblee dei lavoratori conferito dall’art. 20 stat. lav. invece alle r.s.a. (e non ai suoi dirigenti), cui subentrano le r.s.u. quali organismi sindacali. Del resto, precisa il Tribunale, l’art. 5 dell’accordo interconfederale avente ad oggetto i poteri e le funzioni spettanti per legge “alle r.s.a. e ai loro dirigenti” dispone che in essi subentrino le r.s.u., come organismi a funzionamento collegiale. Una siffatta ricostruzione che assegna, dunque, la titolarità del diritto di indizione delle assemblee alla r.s.u. intesa come organo collegiale ricalca pienamente la disposizione legislativa attributiva di tale potere alla r.s.a. e – come ha pure precisato il Tribunale – impedisce qualsiasi contrasto tra le disposizioni dell’accordo interconfederale ed il contratto collettivo del 1995 (applicabile nel caso di specie), il cui articolo 11 prevede, appunto, che “le assemblee dei lavoratori avranno luogo su convocazione unitarie o singole delle organizzazioni sindacali congiuntamente stipulanti il presente contratto o della loro r.s.u.”. 7. Oltre che rispettosa del criterio letterale, l’interpretazione delle norme collettive effettuate dal Tribunale si presenta anche come l’unica coerente sia con la volontà delle parti sociali che con il tipo di rappresentatività sindacale nei luoghi di lavoro che caratterizza l’attuale assetto delle relazioni industriali. Ed invero, con l’introduzione delle r.s.u. le parti sociali hanno inteso garantire indirizzi di politica sindacali idonei ad esprimere la volontà della collettività dei lavoratori, devolvendone l’attuazione ad un organo collegiale destinato ad operare con ampia autonomia e libertà di scelta decisionale. In questa ottica risulta coerente con le suddette finalità e del tutto legittimo un accordo (interconfederale) o un contratto collettivo (a carattere nazionale o locale) diretto a riservare – come si afferma essere avvenuto nel caso di specie – tre ore delle dieci previste dall’art. 20 stat. lav. alle organizzazioni sindacali stipulanti i contratti collettivi applicabili nell’unità produttiva, ed a lasciare la gestione delle altre sette ore all’organismo (collegiale) delle r.s.u., chiamato a disporne la ripartizione sulla base di proprie libere determinazioni. Finirebbe di contro per porsi in palese contrasto con le ragioni sopra esposte un accordo o contratto dal contenuto simile a quello delineato dal sindacato ricorrente, che ha sostenuto come nel caso di specie si fosse voluto assegnare – a fronte delle tre ore devolute alle r.s.u. delle organizzazioni firmatarie del contratto collettivo applicabile in azienda – le sette ore residuali di assemblea alle altre organizzazioni non sottoscrittrici del suddetto contratto. Una soluzione simile a quella patrocinata dal ricorrente determinerebbe una inammissibile segmentazione della attività sindacale e lungi dall’agevolare – come hanno voluto i firmatari del Protocollo d’Intesa e dell’Accordo Interconfederale – una politica unitaria (di innegabile utilità per i lavoratori segnatamente in sede di contrattazione decentrata in relazione alla quale le nuove r.s.u. sono state chiamate a spiegare la loro attività), causerebbe una deregulation della materia con effetti devastanti per le varie componenti del mondo sindacale e con innegabili ricadute negative per l’intera collettività dei lavoratori. 8. Per concludere, contrariamente a quanto sostenuto dalla Slai Cobas nei suoi motivi di ricorso, la sentenza impugnata si sottrae a qualsiasi censura non avendo violato alcuna norma legale nè alcuna disposizione contrattuale. 2) Cass. 1 febbraio 2005 n. 1892 Il diritto di indire l’assemblea è riconosciuto al singolo componente della r.s.u. e non a quest’ultimo come organismo a funzionamento necessariamente collegiale. 2. Il ricorso è infondato. 3. Deve considerarsi preliminarmente che mentre nel ricorso la difesa della ricorrente muove (correttamente) dal presupposto che le parti sociali ben possono prevedere prerogative di carattere sindacale al di là di quelle poste dallo Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300) ed essenzialmente critica la sentenza impugnata per aver male interpretato l’art. 4 del citato accordo interconfederale del 20 dicembre 1993 (che – a suo dire – non prevederebbe affatto la possibilità per il singolo r.s.u. di indire l’assemblea sindacale), nella memoria la stessa difesa sembra correggere il tiro richiamando quell’orientamento giurisprudenziale (Cass. 26 febbraio 2002 n. 2855 e Cass. 20 aprile 2002 n. 5765) che, in riferimento alla stessa fattispecie oggetto del presente giudizio, sembra negare in radice tale possibilità di estrinsecazione dell’autonomia collettiva escludendo che una componente di designazione esclusivamente elettiva della r.s.u. sia legittimata a convocare autonomamente l’assemblea dei lavoratori. Si legge infatti in tali pronunce che “tra le prerogative attribuite dal citato art. 4 [del menzionato accordo interconfederale] a detti componenti [delle r.s.u.] non può però includersi il diritto di indire assemblee dei lavoratori conferito dall’art. 20 Stat. lav. invece alle r.s.a. (e non ai suoi dirigenti), cui subentrano le r.s.u. quali organismi sindacali”. Ossia parrebbe ipotizzabile un impedimento normativo, derivante dall’art. 20 Stat. lav. in particolare ed in generale da principi inderogabili in materia di rappresentatività sindacale, che precluderebbe un tale allargamento delle prerogative sindacali; costruzione questa che nella sostanza viene invocata dalla difesa della ricorrente nella sua memoria per chiedere l’accoglimento del ricorso per una assorbente ragione (di diritto) che sta a monte di quella sviluppata nel motivo di ricorso. Sarebbe in effetti inutile domandarsi se il giudice di merito abbia fatto, o meno, corretto uso dei canoni di ermeneutica contrattuale nell’interpretare l’art. 4 del menzionato accordo interconfederale, se in radice il risultato interpretativo al quale poi il medesimo giudice è pervenuto (riconoscendo la possibilità al singolo r.s.u. di indire l’assemblea sindacale) fosse in generale precluso per il fatto che l’autonomia contrattuale collettiva non sarebbe autorizzata a prevedere ciò. 4. In realtà questa preclusione non sussiste. 24 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza 4.1. Occorre considerare da una parte l’art. 39, primo comma, Cost., che riconosce l’organizzazione sindacale come libera, e l’art. 14 Stat. lav., che prevede che il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale, è garantito a tutti i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro; da queste due disposizioni, che fanno blocco, emerge un generale riconoscimento dell’autonomia sindacale che reca con sé anche quello dell’autonomia contrattuale collettiva con il limite delle norme imperative. D’altra parte l’art. 17 Stat. lav., quale appunto norma imperativa limitativa dell’autonomia contrattuale collettiva, fa divieto ai datori di lavoro e alle associazioni di datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori. L’autonomia collettiva quindi può spaziare nell’ambito delle prerogative sindacali prevedendone di nuove e diverse rispetto a quelle contemplate dalla normativa di sostegno posta dal titolo III dello Statuto dei lavoratori, ma senza giungere a riconoscere ad un sindacato, o a determinati sindacati, una situazione differenziata di vantaggio che lo collochi ingiustificatamente quale interlocutore privilegiato del datore di lavoro sì da qualificarlo quale sindacato di comodo (ex art. 17 cit.). Contigua a questa fattispecie del sindacato di comodo è poi quella dell’individuazione di un’associazione sindacale del tutto sganciata dalla sua effettiva rappresentatività (C. cost. n. 975 del 1988 e n. 492 del 1995). Ed allora anche il criterio di rappresentatività sindacale ex art. 19 Stat. lav., la cui selettività è compatibile con la pur generalizzata tutela della libertà sindacale (C. cost. n. 54 del 1974), vale ai fini della normativa di sostegno prevista dallo Statuto dei lavoratori; ma nulla esclude, con il limite suddetto, che altri criteri di rappresentatività (ed altre prerogative sindacali) possano essere introdotti dalla contrattazione collettiva, fermo restando che allo specifico fine di porre una contrattazione collettiva di portata generale l’unico criterio idoneo di rappresentatività sindacale è quello di cui al quarto comma del cit. art. 39 Cost.. 4.2. Vero è C. cost. n. 30 del 1990 ha affermato che il criterio selettivo suddetto (quello dell’art. 19 cit.) ha carattere inderogabile perché possibili regole pattizie in deroga a tale criterio, risolvendosi per i destinatari in una disciplina di favore, sono suscettibili di “avvantaggiare sindacati di scarsa consistenza e, correlativamente, alterare la parità di trattamento rispetto ad organizzazioni dotate di rappresentatività anche maggiori presenti in azienda”. Ma l’esito del referendum indetto con d.p.r. 5 aprile 1995 e svoltosi l’11 luglio 1995 ha radicalmente modificato il quadro di riferimento (ex d.p.r. 28 luglio 1995, n. 312) non essendo più predicabile il livello “extra-aziendale” quale “soglia minima di rappresentatività”, né il requisito dell’intercategorialità e della pluricategorialità del sindacato (requisito questo in particolare valorizzato da C. cost. n. 334 del 1988 nel fondare il giudizio di meritevolezza del sindacato maggiormente rappresentativo) con conseguente abbassamento a livello aziendale della soglia di verifica della rappresentatività (v. anche C. cost. n. 1 del 1994). Si ha infatti che ora il criterio legale di rappresentatività sindacale aziendale fa riferimento unicamente al fatto che l’associazione sindacale sia firmataria di un contratto collettivo di lavoro applicato nell’unità produttiva; tanto è sufficiente ed è stato altresì ritenuto rispettoso del principio di libertà sindacale (cfr. C. cost. n. 244 del 1996, che ha precisato che ormai il criterio selettivo stabilito dall’art. 19 vale “esclusivamente” per l’individuazione dei sindacati le cui rappresentanze nelle unità produttive sono destinatarie dei diritti e delle tutele previsti nel titolo III della legge n. 300 del 1970 e quindi – può qui notarsi – non ha più quella potenzialità di modello cogente già prefigurato da C. cost. n. 30 del 1990 cit.). Il baricentro della rappresentatività sindacale di fonte legale insiste ormai solo sulla stessa estrinsecazione dell’autonomia contrattuale collettiva; la quale quindi in generale, se è idonea a veicolare la rappresentatività sindacale in azienda, non può – per la contraddizione che non lo consente – non essere anche idonea, in ragione dell’ampio riconoscimento a livello costituzionale della libertà di organizzazione sindacale, a modulare le prerogative sindacali in azienda secondo criteri di rappresentatività nuovi e diversi con il limite del sindacato di comodo (art. 17 Stat. lav.) o del tutto sganciato da un’effettiva rappresentatività, da verificare caso per caso e non già in ragione di una sorta di presunzione assoluta per il solo fatto di un’estensione pattizia o di una diversa configurazione delle prerogative sindacali. Ed allora le r.s.u. – che, sulla base di un accordo interconfederale (del 20 dicembre 1993, preceduto dal protocollo di intesa del 23 luglio 1993), rispondono ad un diverso criterio di rappresentatività sindacale in azienda (quello elettivo con soglia di sbarramento, ma privo di esclusività in quanto aperto ad ogni associazione sindacale che abbia anche solo aderito all’accordo interconfederale: cfr. Cass. 5 maggio 2003 n. 6821) – sono pienamente legittime anche se deviano dal criterio di rappresentatività posto dall’art. 19 Stat. lav., fondato sulla mera sottoscrizione di un contratto collettivo applicabile nell’unità produttiva; ed altrettanto legittime sono, in linea di massima, le prerogative sindacali pattiziamente previste per le r.s.u. che non sono condizionate a monte dal previo riscontro della sussistenza della rappresentatività sindacale ex art. 19 Stat. lav. (la mera adesione ad un contratto collettivo applicabile in azienda – quale sarebbe innanzi tutto l’adesione all’accordo interconfederale citato per partecipare all’elezione delle r.s.u. – non vale di per sé sola ad integrare il presupposto dell’art. 19 cit. nella formulazione risultante dall’abrogazione referendaria: Cass. 27 agosto 2002 n. 12584; cfr. anche Cass. 5 dicembre 1988 n. 6613 con riferimento all’originaria formulazione dell’art. 19 cit.). 4.3. Dalle considerazioni svolte risulta quindi che il modello dell’art. 20 Stat. lav., che prevede che ad indire l’assemblea siano, singolarmente o congiuntamente, le r.s.a. nell’unità produttiva, non si pone affatto come limite legale all’autonomia contrattuale collettiva che riconosca il diritto di indire l’assemblea alle r.s.u.. Diverso è il criterio di rappresentatività (delle r.s.u. rispetto a quello delle r.s.a.) e nulla esclude che una particolare prerogativa sindacale espressamente prevista dalla contrattazione collettiva (il sopra menzionato accordo interconfederale) possa essere configurata diversamente; talché, quali che siano le modalità di convocazione della r.s.a. ex art. 20 Stat. lav. ed ove anche tale disposizione fosse interpretata nel senso di escludere che l’assemblea possa essere indetta dal singolo dirigente di una r.s.a. se a composizione collegiale, non può analogamente predicarsi che giammai il singolo r.s.u. possa indire l’assemblea. Né viene in rilievo il limite dell’art. 17 Stat. lav. sul sindacato di comodo atteso che la r.s.u. è formata su base elettiva e quindi non c’è in radice alcuna prefigurazione di un sindacato in posizione differenziata che debba essere scrutinata per verificarne la riconducibilità, o meno, alla fattispecie dell’art. 17 cit.. Occorre quindi null’altro che interpretare la norma contrattuale collettiva per ricostruire la prerogativa sindacale in esame. 25 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza In conclusione la prospettazione difensiva della società ricorrente svolta nella memoria difensiva, secondo cui dall’art. 20 Stat. lav. e dai principi in materia di rappresentatività sindacale risulterebbe che l’assemblea non potrebbe giammai essere indetta dal singolo rappresentante sindacale unitario, è destituita di fondamento, operando il diverso principio di diritto secondo cui l’autonomia contrattuale collettiva può prevedere organismi di rappresentatività sindacale in azienda (quali, nella specie, le r.s.u. di cui all’accordo interconfederale del 20 dicembre 1993) diversi rispetto alle rappresentanze sindacali aziendali di cui all’art. 19 della legge 20 maggio 1970 n. 300 e alle prime può assegnare prerogative sindacali – quale il diritto di indire l’assemblea sindacale – non necessariamente identiche a quelle delle r.s.a., con il limite, previsto dall’art. 17 legge n. 300/70 cit., del divieto di riconoscere ad un sindacato un’ingiustificata posizione differenziata che lo collochi quale interlocutore privilegiato del datore di lavoro. 5. Occorre allora considerare il motivo di ricorso nella sua ordinaria formulazione e segnatamente nei due profili in cui esso si articola. Quanto al primo profilo è sufficiente considerare che è vero che la sentenza impugnata ha ritenuto tardiva la prospettazione difensiva della società secondo cui il diritto di assemblea è stato conferito alle r.s.a. (dall’art. 20 Stat. lav.) come organismo e non già ai singoli dirigenti, ma poi l’ha anche ritenuta infondata affermando che il diritto di indire l’assemblea spetta anche a ciascuna r.s.a. singolarmente e non già necessariamente in forma collegiale a tutte le r.s.a. presenti in azienda. La difesa della società si è limitata a censurare la prima affermazione, ma non anche la seconda, talché la censura, così limitata al solo profilo della tempestività della deduzione, è inidonea ad inficiare l’impugnata sentenza. 6. Quanto al secondo profilo del motivo di ricorso la tesi della difesa della società si fonda su quello che essa ritiene essere la lettera della norma contrattuale collettiva di cui ha fatto applicazione la sentenza impugnata; essa infatti sostiene che “il tenore testuale dell’art. 4 A.I. fa esclusivo riferimento ai diritti, permessi, libertà sindacali e tutela, attribuite dal titolo III dello S.D.L. non alle R.S.A. quale organismi, bensì ai dirigenti delle stesse, prevedendo la loro estensione ai componenti della R.S.U.”. In sostanza quindi la difesa della società addebita alla sentenza impugnata di aver negletto il dato letterale della norma contrattuale. La censura è però inidonea ad inficiare l’interpretazione accolta dalla Corte d’appello di Roma che è sorretta da motivazione sufficiente e non contraddittoria, rispettosa dei canoni legali di interpretazione contrattuale. La sentenza impugnata riferisce il contenuto letterale dell’art. 4 del citato accordo interconfederale e lo legge in combinato disposto con il successivo art. 5. Evidenzia che l’art. 4 stabilisce che i componenti delle r.s.u. subentrano ai dirigenti delle r.s.a. nella titolarità dei diritti, permessi e libertà sindacali e tutele già loro spettanti per effetto delle disposizioni di cui al titolo III° della legge n. 300/1970 ed il successivo art. 5, che la difesa della ricorrente peraltro non considera, prevede che alle r.s.a. ed ai loro dirigenti subentrino le r.s.u. – delle quali peraltro non è predicata la natura di organismi a funzionamento collegiale – nella titolarità dei poteri e nell’esercizio delle funzioni ad essi spettanti per effetto di disposizioni di legge. Ed allora – ha ritenuto la Corte d’appello – le prerogative sindacali delle r.s.a. (tutte, sia quelle riferibili alla singola r.s.a., sia quelle attribuite ai suoi dirigenti) sono pattiziamente riconosciute alle r.s.u.; e tra queste prerogative sindacali è compreso anche il diritto di indire l’assemblea sindacale. Questa interpretazione accolta dalla Corte d’appello è – contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa della società ricorrente – rispettosa della lettera del menzionato accordo interconfederale che non contiene alcun dato testuale che faccia ritenere che il riconoscimento pattizio delle prerogative sindacali sia limitato solo a quelle attribuite ai dirigenti delle r.s.a. (quali quelle di cui agli artt. 22, 23 e 24 Stat. lav.) e non si estenda anche a quelle riconosciute alle r.s.a. come organismi rappresentativi (quale il diritto di indire l’assemblea ex art. 20 Stat. lav.). L’ampia formulazione della norma contrattuale (nel combinato disposto degli artt. 4 e 5 dell’accordo interconfederale) non autorizza questa distinzione limitativa. La sentenza impugnata giustifica poi anche l’ulteriore affermazione che il diritto di indire l’assemblea è riconosciuto al singolo componente della r.s.u. e non già a quest’ultima come organismo a funzionamento necessariamente collegiale (argomento interpretativo che peraltro non è specificamente censurato dalla difesa della ricorrente); ciò lo desume da un dato letterale (e segnatamente dall’art. 5 cit. che si riferisce alle r.s.u. al plurale) e da una considerazione sistematica: se la prerogativa prevista dall’art. 20 Stat. lav. in favore delle r.s.a. non richiedeva che l’indizione dell’assemblea fosse necessariamente congiunta potendo le riunioni sindacali essere convocate “singolarmente o congiuntamente”, la speculare prerogativa pattizia prevista dall’art. 4 cit., che reca il riconoscimento del diritto di indire “singolamente o congiuntamente” l’assemblea dei lavoratori, ripete null’altro che questa duplice modalità di convocazione escludendo che questa (la convocazione) possa essere solo ed unicamente congiunta, ossia riferita all’intera rappresentanza sindacale unitaria. RSU e decadenza anticipata di un componente 1) Cass. 12 agosto 2000 n. 10769 Decade dalla carica di membro di rappresentanza sindacale unitaria il lavoratore che, eletto nella lista di un sindacato, si dimette da questo per passare a un’altra organizzazione. Con ricorso al pretore di Milano la Videotime S.p.a. chiedeva che venisse accertato che il signor Paolo Casamassima non faceva più parte della rappresentanza sindacale unitaria costituita in azienda a seguito delle elezioni del 5 e 6 maggio 1994. essendosi costui dimesso dalla Filis CGIL, nelle cui liste era stato eletto, ed essendosi iscritto ad altro sindacato e, cioè, allo Slai Cobas. Sulla opposizione di Casamassima, il pretore rigettava la domanda, e la società Videotime gravava la sentenza di appello a seguito del quale il tribunale di Milano, con decisione del 10 febbraio 1998, in totale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava che il signor Paolo Casamassima era decaduto dalla funzione che occupava presso la rappresentanza sindacale di cui si è detto. 26 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Avverso la sentenza Paolo Casamassima ha proposto ricorso per cassazione con cinque motivi. […] Ciò posto, con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 19 della legge numero 300 del 1970 e degli articoli 1362 e seguenti del codice civile, oltre che vizi della motivazione su un punto decisivo della controversia, deducendo che ha errato il tribunale nel ritenere, diversamente dal pretore, che la sua decadenza possa essere pronunciata benché non vi fosse la prova che non appartenesse più all’ambito della CGIL. Il motivo è infondato. Il tribunale ricorda che nel caso di specie si tratta di interpretare la regolamentazione negoziale contenuta in un accordo collettivo stipulato tra Confindustria, Intersid ed Organizzazioni sindacali in materia di rappresentanze sindacali, accordo che costituisce una regolamentazione convenzionale in esecuzione del Protocollo del 23 luglio 1993, e che prevede le rappresentanze sindacali unitarie che sostituiscono le rappresentanze sindacali aziendali delle Organizzazioni stipulanti. Sicché, quando con il primo motivo in esame il ricorrente critica nel modo suddetto la sentenza dei tribunale di Milano, il controricorrente che nella specie si tratta di interpretazione delle norme collettive contenute nell’accordo, interpretazione che riservata ai giudice di merito, che questa Corte può censurare solo ove sussistano vizi logici o contraddittorietà della motivazione: per cui, secondo il controricorrente, il motivo, oltre che essere infondato, sarebbe inammissibile. Orbene, il ricorso nè indica la sussistenza di tali vizi nè, tanto meno, li dimostra, per cui esso si limita a prospettare una interpretazione dell’accordo diversa da quella recepita dal tribunale, e ciò inammissibilmente. In realtà, il principio della autonomia della rappresentanza sindacale rispetto alle associazioni sindacali ed il collegamento diretto di tale rappresentanza con i lavoratori, non contrasta con il principio della rappresentatività, che costituisce lo strumento, legislativamente previsto, per l’attuazione della iniziativa dei lavoratori, per cui la soluzione adottata dal tribunale è in piena euritmia con i principi generali che vigono in materia e risultanti anche dalla sentenza delle S. U. di questa Corte n. 5057 del 1981, secondo la quale “il diritto dei lavoratori di promuovere la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali, previsto dall’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, si pone come una specie rispetto al diritto garantito ai lavoratori medesimi dal precedente art. 14 di costituire associazioni sindacali all’interno dei luoghi di lavoro, avendo ad oggetto la costituzione di organismi non necessariamente identificantisi con quelle associazioni…omissis.” Inoltre la sentenza n. 334 del 1988 delle Corte costituzionale, alla quale il ricorrente si appella, ha affermato che le RSA si formano nell’ambito delle Associazioni sindacali aderenti alle Confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale, per cui esiste un raccordo tra organismi aziendali e strutture confederali notevolmente elastico, che non si traduce necessariamente in un collegamento di tipo strettamente organicoassociativo, per cui le RSA hanno un sufficiente margine di determinazione autonoma. Orbene, il tribunale ha accertato in punto di fatto, e questo è compito sicuramente riservato al giudice di merito, che il Casamassima era uscito da tale ambito, avendo messo in evidenza che la CGIL aveva comunicato che esso non faceva più parte della propria organizzazione ed avendo lo Slai Cobas comunicato a sua volta che il medesimo avrebbe continuato a svolgere le stesse funzioni come proprio rappresentante. E non si comprende come il ricorrente possa sostenere la irrilevanza di tali comunicazioni ove esso stesso parte dal presupposto che la sua rappresentanza traeva origine e legittimazione dall’ambito di provenienza. Il ricorso va pertanto rigettato. 2) Trib. Milano 27 aprile 2006 Anche i singoli componenti della r.s.u. hanno il potere di indire assemblee. La disciplina di cui all’accordo interconfederale del 20 dicembre 1993 esclude che nella r.s.u. l’eletto si presenti inscindibilmente collegato, attraverso la lista, all’organizzazione sindacale essendo previsto un sistema elettorale fortemente collegato alla base dei lavoratori, con la conseguenza che l’adesione da parte del membro della r.s.u. ad un’organizzazione sindacale diversa da quelle nelle cui liste è stato eletto o dalla quale è stato designato non comporta la decadenza dalla carica di membro della r.s.u. Costituisce comportamento antisindacale non consentire lo svolgimento di un’assemblea alla quale intende partecipare un rappresentante esterno di una O.S. non firmataria di un contratto collettivo applicabile in azienda. I contributi sindacali 1) Corte cost. 12 gennaio 1995 n. 13 È ammissibile la richiesta di referendum popolare per l’abrogazione degli art. 26 commi 2 e 3 della l. 20 maggio 1970 n. 300 e 594 del d.lg. 16 aprile 1994 n. 297, richiesta dichiarata legittima con ordinanza emessa il 30 novembre 1994 dall’ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione. 1. – Il quesito referendario investe le due norme contenute nel secondo e nel terzo comma dell’art. 26 della legge 20 maggio 1970, n. 300 nonché quelle, sopravvenute, contenute nell’art. 594 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, cui il quesito stesso é stato allargato dall’Ufficio centrale a titolo di integrazione ed estensione. L’art. 26, secondo comma, della legge n. 300 del 1970 (come sostituito dall’art. 18 della legge 23 luglio 1991, n. 223), attribuisce alle associazioni sindacali il “diritto di percepire, tramite ritenuta sul salario nonché sulle prestazioni erogate per conto degli enti previdenziali, i contributi sindacali che i lavoratori intendono loro versare, con modalità stabilite dai contratti collettivi di lavoro, 27 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza che garantiscono la segretezza del versamento effettuato dal lavoratore a ciascuna associazione sindacale”. Il terzo comma dello stesso articolo prevede poi che, nelle aziende in cui il rapporto di lavoro non sia regolato da contratti collettivi, il lavoratore ha “diritto di chiedere il versamento del contributo sindacale all’associazione da lui indicata”. L’art. 594 del decreto legislativo n. 297 del 1994, a sua volta, prevede la “facoltà” del personale della scuola di destinare una “quota mensile dello stipendio, paga o retribuzione per il pagamento dei contributi sindacali nella misura stabilita dai competenti organi statutari” della singola organizzazione sindacale cui il lavoratore aderisce, e disciplina le modalità di rilascio della relativa delega (comma 1), i termini di validità della stessa (comma 2), la forma e le condizioni della sua eventuale revoca (commi 2 e 4), le modalità di versamento delle trattenute operate dalle singole amministrazioni (comma 3). 2. – La richiesta dunque non riguarda le materie per le quali l’art. 75, secondo comma, della Costituzione espressamente non ammette il referendum, né materie da ritenersi escluse secondo l’interpretazione logico-sistematica della medesima disposizione costituzionale, fattane ripetutamente da questa Corte. 3. – E’ inoltre ravvisabile la necessaria chiarezza nella finalità e nella struttura del quesito, il quale si presenta univoco e omogeneo, poiché: a) incorpora l’evidenza del fine intrinseco all’atto abrogativo, cioè la puntuale ratio che lo ispira (sentenza n. 29 del 1987; v. anche sentenze n. 16 del 1978 e n. 25 del 1981); b) ha riguardo a un “comune principio, la cui eliminazione o permanenza viene fatta dipendere dalla risposta del corpo elettorale” (sentenze nn. 22, 26 e 28 del 1981; nn. 63 e 65 del 1990); c) tende a un esito netto e lineare, in ragione della propria natura meramente ablativa, concretandosi le conseguenze abrogative in una situazione esattamente contraria a quella prevista dalle norme oggetto del referendum e facilmente percepibile dal corpo elettorale. 3.1. – Basti considerare in proposito che i due commi dell’art. 26 della legge n. 300 del 1970 sono strettamente collegati fra loro, concorrendo a configurare in ogni caso la “ritenuta” come diritto perfetto del sindacato: il momento di collegamento é individuabile proprio nel diritto del sindacato alla trattenuta dei contributi sindacali “sul salario nonché sulle prestazioni erogate per conto degli enti previdenziali” (cui corrispondono “le trattenute operate dalle singole amministrazioni sulle retribuzioni dei dipendenti” ex art. 594 del decreto legislativo n. 297 del 1994), giacché il diritto del “lavoratore” previsto nel terzo comma dell’art. 26 della legge n. 300 del 1970 e la facoltà del “personale” prevista nell’altra disposizione citata, presuppongono comunque un diritto dell’associazione da loro indicata, come garanzia di effettività dell’imposizione dell’obbligo, rispettivamente, al “datore di lavoro” e alle “singole amministrazioni” scolastiche. L’intendimento abrogativo consiste appunto nel voler eliminare la base legale di quel diritto e del correlativo obbligo di intermediazione, per restituire la materia all’autonomia privata, individuale e collettiva. 3.2. – Per converso, poi, non è ravvisabile un imprescindibile collegamento dei due ultimi commi col primo comma dello stesso citato art. 26, il quale attribuisce ai lavoratori “il diritto di raccogliere contributi e di svolgere opera di proselitismo per le loro organizzazioni sindacali all’interno dei luoghi di lavoro”: diritto che costituisce semplice espressione individuale dell’attività sindacale, correlata invece alla norma del precedente art. 14, il quale proclama il diritto – garantito a tutti i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro – di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale. Né sono rinvenibili altre disposizioni dettate nel medesimo contesto normativo, indissolubilmente legate a quelle che si mira a sopprimere. In particolare con riguardo al pubblico impiego, giova ricordare che l’art. 23 della legge 29 marzo 1983, n. 93 (che aveva fra l’altro previsto l’applicabilità dei princìpi di cui all’art. 26 in esame ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, così modificando l’originaria previsione di cui all’art. 50 della legge 18 marzo 1968, n. 249), è stato espressamente abrogato dall’art. 74 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, il cui art. 55 prevede puramente e semplicemente l’applicabilità di tutta la legge n. 300 del 1970 alle pubbliche amministrazioni. E non rileva, poiché certamente non si traduce in una ragione di incoerenza del quesito, che eventuali deroghe a codesta applicabilità possano rintracciarsi, attraverso lo strumento dell’interpretazione, in precedenti disposizioni connesse a statuti speciali e non espressamente abrogate dal citato decreto legislativo. Conseguentemente rimane esclusa una qualunque ricaduta sulla residuale normativa, da parte di un’eventuale abrogazione delle disposizioni oggetto del referendum, limitandosi l’effetto di questa all’elisione di norme attributive del già menzionato diritto, la cui eliminazione o permanenza viene dunque fatta dipendere dalla risposta del corpo elettorale. Ed è appena il caso di aggiungere che non incide in alcun modo sul giudizio di ammissibilità la permanenza del riferimento alle trattenute sindacali contenuta in discipline con matrici e rationes del tutto diverse da quelle della legislazione di sostegno. 2) Cass. SU 21 dicembre 2005 n. 28269 L’abrogazione referendaria dell’art. 26, commi 2 e 3, st. lav., ha restituito all’autonomia contrattuale la materia già disciplinata dalla legge in termini di prestazione imposta al datore di lavoro, cosicché resta ammissibile, senza limitazioni, il ricorso a tutti i possibili strumenti negoziali idonei a realizzare lo scopo del versamento ai sindacati della quota associativa mediante ritenuta sulla retribuzione, compresa, tra questi, la cessione del credito, per sua natura connotata dall’irrilevanza del consenso del debitore ceduto. 3. In ordine logico, merita esame prioritario il terzo motivo di ricorso, con il quale si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1260, e seguenti, cod. civ. e 39, primo comma Cost., nonché insufficiente ed erronea motivazione. 3.1. La società ricorrente sostiene l’inutilizzabilità del negozio di cessione del credito, che non richiede il concorso della volontà del debitore ceduto, in relazione a fattispecie di cessioni generalizzate di piccole parti di crediti futuri e con previsione di un termine di efficacia (nel caso, triennale): a) per il notevole aggravamento degli oneri e dei rischi del debitore, non certamente resi marginali per l’operatività in azienda delle deleghe sindacali previste dal c.c.n.l., secondo un sistema nettamente differenziato; b) per l’incompatibilità tra negozio traslativo del credito e revocabilità dell’adesione e contribuzione al sindacato; c) per la 28 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza modificazione dei contenuti dell’obbligazione, diventando creditore della retribuzione un soggetto diverso dal lavoratore e mutando il luogo dell’adempimento; d) per la nullità derivante da frode alla legge dell’operazione. 4. La Corte, a sezioni unite, giudica infondato questo motivo di ricorso, in tali sensi componendo il contrasto tra le sentenze che hanno in precedenza deciso la questione, ritenendo alcune non utilizzabile l’istituto della cessione del credito per versare al sindacato le quote associative (Cass. 3 febbraio 2004, n. 1968: Cass. 3 giugno 2004, n. 10616), fornendo altre risposta di segno affermativo e ritenendo altresì antisindacale il rifiuto di pagamento opposto dal datore di lavoro (Cass. 26 febbraio 2004, n. 3917; Cass. 26 luglio 2004, n. 14032). 4.1. Va precisato, preliminarmente, che alla fattispecie va applicato il regime normativo vigente fino al 31 dicembre 2004, non rilevando la modificazione del testo dell’art. 1 del d.P.R. 5 gennaio 1950, n. 182 (Insequestrabilità, impignorabilità e incedibilità di stipendi, salari, pensioni ed altri emolumenti), operata dall’articolo 1, comma 137, della legge 31 dicembre 2004, n. 311, mediante l’aggiunta, nel primo comma, delle parole nonché le aziende private, rendendo così incedibili, fuori dei casi consentiti dal medesimo testo normativo (come modificato dall’art. 13-bis del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in l. 14 maggio 2005, n. 80) anche i compensi erogati dai privati datori di lavoro ai dipendenti. Nel regime precedente, infatti, non si dubitava, stante la regola generale della cedibilità dei crediti, posta dall’art. 1260 c.c., esclusi soltanto i crediti di carattere strettamente personale e quelli il cui trasferimento è vietato dalla legge, dell’ammissibilità della cessione dei crediti retributivi dei lavoratori del settore privato, non trovando per essi applicazione l’art. 1 del d.P.R. 182/1950 (vedi Cass. 1° aprile 2003, n. 4930). 4.2. Neppure si è posto in dubbio che un ostacolo alla cessione della retribuzione potesse derivare dal carattere parziale e futuro del credito ceduto. La cessione può certamente avere ad oggetto solo una parte del credito, come si argomenta dal secondo comma dell’art. 1262 cod. civ., ed anche crediti futuri, com’è pacifico in giurisprudenza (Cass. n. 8497 del 18 ottobre 1994, n. 5947 del 15 giugno 1999, n. 7162 del 3 dicembre 2002). 4.3. Va senz’altro disattesa la tesi del negozio in frode alla legge, come hanno ritenuto, del resto, tutte le sentenze che si sono occupate della questione. Si è correttamente osservato che l’abrogazione referendaria dell’art. 26, commi secondo e terzo, st. lav., non ha certo determinato un “vuoto” nella regolamentazione della materia, ma – come precisato dalla Corte costituzionale in relazione all’intento dei promotori (sent. n. 13 del 1995), ha “restituito” all’autonomia contrattuale la materia già disciplinata dalla legge in termini di prestazione imposta al datore di lavoro, cosicché resta ammissibile, senza limitazioni, il ricorso a tutti i possibili strumenti negoziali che consentono di realizzare lo scopo di versare ai sindacati la quota associativa mediante ritenuta sulla retribuzione; altrimenti, si attribuirebbero all’istituto del referendum non i soli effetti abrogativi che gli sono propri, ma anche effetti propositivi. Ed è in effetti questa, nella sostanza, la tesi della società ricorrente: l’esito referendario avrebbe introdotto nell’ordinamento una regola nuova, in base alla quale, lo scopo del versamento diretto al sindacato delle quote associative potrebbe essere realizzato esclusivamente mediante istituti che richiedano il consenso del datore di lavoro. La tesi, come già posto in evidenza, è in contrasto con l’essenza esclusivamente abrogativa dell’istituto e con il risultato perseguito con l’indizione del referendum, da individuare esclusivamente dell’eliminazione dell’obbligo ex lege a carico del datore di lavoro. 4.4. Venendo all’oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, l’istituto della “cessione del credito” è stato ritenuto non praticabile per raggiungere il suddetto scopo fondamentalmente per due ragioni. La prima, contenuta nella sentenza della Sezione lavoro 3 febbraio 2004, n. 1968, è che la cessione del credito, in generale, non costituisce un autonomo tipo negoziale, coincidendo con lo schema negoziale di volta in volta idoneo ad operare e a giustificare il trasferimento; l’ostacolo ad impiegare l’istituto per il pagamento della quota associativa al sindacato sarebbe da ravvisare nell’incompatibilità strutturale tra l’impossibilità di una revoca immediata senza il consenso del sindacato beneficiario (propria dell’istituto della cessione del credito, conformemente alla sua natura che la connota come una forma di alienazione di diritti) e la revocabilità immediata dell’atto volontario di contribuzione sindacale obbligatoriamente discendente dal principio di libertà sindacale ex art. 39 Cost. 4.4.1. Le Sezioni unite ritengono l’argomentazione non condivisibile. La specifica disciplina relativa alla cessione detta sì uno schema unitario, che viene ad applicarsi a tutte le fattispecie traslative del credito, ma senz’altro incompleto: essa si pone quale correttivo e/o integrazione predisposti, in contemplazione del particolare oggetto, nei confronti dei singoli negozi causali traslativi. Nel caso in esame, lo schema si applica ad una cessione per pagamento (solvendi causa), ed infatti il cedente (lavoratore), in luogo di corrispondere al suo creditore (associazione sindacale) la prestazione dovuta (quota sindacale), gli cede in pagamento parte del credito (futuro) che egli ha nei confronti del debitore ceduto (datore di lavoro). Ne discende che la causa del contratto di cessione si determina mediante il collegamento con il negozio al quale è funzionalmente preordinata, assumendo, quindi, nel caso, una funzione di assolvimento degli obblighi nascenti dal rapporto di durata originato dall’adesione associativa. Di conseguenza, se viene meno il rapporto sottostante, ciò provoca la caducazione della funzione del negozio di cessione, determinandone l’inefficacia. In conclusione, la cessione ha funzione di pagamento della quota sindacale e il pagamento è dovuto dal lavoratore soltanto finché ed in quanto aderisce al sindacato, in forza di un contratto dal quale il recesso ad nutum è garantito dai principi inderogabili di tutela della libertà sindacale del singolo lavoratore. I pagamenti eventualmente eseguiti dal datore di lavoro successivamente alla “revoca della delega” (che non è revoca della cessione, come tale inconcepibile, ma cessazione della sua causa per sopravvenuta inesistenza nel collegamento con il negozio di base) sono effettuati a soggetto diverso dal creditore ed avranno effetto liberatorio soltanto se il debitore non ha avuto conoscenza della cd. “revoca” (art. 1189 cod. civ.). 4.4.2. La sentenza n. 1968 del 2004 si fonda altresì sull’impossibilità di utilizzare lo strumento della cessione del credito perché produrrebbe un aggravamento della posizione del debitore. L’argomento è ripreso è sviluppato dalla sentenza n. 10616 del 2004, la 29 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza quale, anche mediante il richiamo del principio di correttezza e buona fede, in apparenza lo eleva ad unica ratio decidendi. Si diceva in apparenza, perché il complesso delle considerazioni svolte nella motivazione suscita l’impressione che rilievo precipuo sia conferito all’esito referendario, insistendosi nell’osservare che ammettere l’istituto della cessione del credito finirebbe, da una parte, per vanificare l’effetto della soppressione dell’obbligo ex lege a carico del datore di lavoro, dall’altra, per annullare ogni differenza tra la condizione dei sindacati firmatari dei contratti collettivi e gli altri non firmatari. Ma si è già osservato (n. 4.3.) che questi argomenti non possono influenzare il tema della validità ed efficacia del contratto di cessione del credito retributivo al sindacato, per adempiere agli obblighi associativi, se non ipotizzandone la nullità per frode alla legge, e, quindi, che l’esito referendario abbia introdotto nell’ordinamento il principio inderogabile del divieto di realizzare il risultato di imporre al datore di lavoro, senza il suo consenso, di versare al sindacato quote della retribuzione. Si è già detto, nella sede richiamata, come sia del tutto arbitrario desumere un tale principio dall’effetto abrogativo del referendum, limitato alla soppressione di un obbligo ex lege, senza interferire minimamente sull’apparato degli strumenti negoziali a disposizione di tutti i soggetti dell’ordinamento. 4.4.3. Sgomberato il campo da ogni indebito condizionamento dell’indagine, si deve ricordare come si ammetta comunemente che, in caso di cessione del credito, l’obbligazione del debitore possa subire alcune modifiche (tra queste quella, non certo marginale, del luogo di adempimento). Ma il limite della non esigibilità di una modificazione eccessivamente gravosa, da identificare in concreto con l’applicazione del precetto di buona fede e correttezza (art. 1175 cod. civ.), non riguarda la validità e l’efficacia del contratto di cessione del credito, ma soltanto il piano dell’adempimento, del pagamento. Ne segue che l’eccessiva gravosità può giustificare l’inadempimento, fino a quando il creditore non collabori a modificarne in modo adeguato le modalità, onde realizzare un giusto contemperamento degli interessi. Ovviamente, a norma dell’art. 1218 cod.civ., è il debitore che deve provare la giustificatezza dell’inadempimento. Nel caso concreto, anche prescindendo dagli accertamenti compiuti dal giudice del merito, le censure mosse sul punto alla sentenza impugnata si mantengono su livelli di totale genericità. In sostanza, ci si limita ad affermare che l’organizzazione in atto per riscuotere le quote sindacali sulla base delle clausole del contratto collettivo applicato in azienda non era idonea ad essere impiegata anche per dare esecuzione alle cessioni, ma senza alcuna specificazione delle differenze. In ogni caso, il giudizio di merito circa il “modesto” aggravamento della posizione debitoria non è validamente contestato, siccome non sono dedotti fatti che, sottoposti al vaglio della Corte di Torino, non sono stati valutati, o valutati insufficientemente, ovvero in modo illogico. 5. Va ora esaminato il secondo motivo del ricorso, con il quale è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 28 della legge n. 300 del 1970, erronea motivazione circa l’estraneità della controversia rispetto alla nozione di condotta antisindacale. Si sostiene che, anche ammesso l’esistenza di una fattispecie di inadempimento imputabile all’azienda, non era tuttavia configurabile comportamento antisindacale, perché la titolarità da parte del sindacato dei crediti ceduti era estranea alla sfera di libertà e di attività tutelate dall’art. 28 st. lav., un’estraneità direttamente derivante dall’esito referendario. 5.1. Anche questo motivo non può essere accolto. Il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di eseguire i pagamenti configura un inadempimento che, oltre a rilevare sotto il profilo civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto oggettivamente idonea a limitare l’esercizio dell’attività e dell’iniziativa sindacale. L’effetto del rifiuto è quello di privare i sindacati che non hanno stipulato i contratti collettivi della possibilità di percepire con regolarità la fonte primaria di sostentamento per lo svolgimento della loro attività e posti in una situazione di debolezza, non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche delle altre organizzazione sindacali con cui sono in concorrenza. 5.2. A ben vedere, la ricorrente non contesta tanto la presenza di un inadempimento qualificato dall’idoneità ad incidere in modo recessivo sull’attività del sindacato, quanto la possibilità giuridica di ritenere che il diritto di riscuotere quote associative nella qualità di creditore cessionario del credito retributivo possa ascriversi all’attività sindacale tutelata dall’art. 28 St. lav. Ciò sarebbe precluso, ad avviso della ricorrente, dall’esito referendario, che, sopprimendo l’obbligo di collaborazione del datore di lavoro, non consente di tutelare il diritto acquistato con altri strumenti dal sindacato, in assenza del consenso del datore di lavoro, quale attività sindacale ai sensi e per gli effetti dell’art. 28 st. lav. 5.3. Osserva la Corte che un tale ordine di argomentazioni ripete, sostanzialmente immutata, la tesi già disattesa nell’esame del terzo motivo. Ed infatti, si pretende di desumere dall’esito referendario il precetto secondo il quale è antisindacale soltanto l’inadempimento di obblighi assunti volontariamente dal datore di lavoro nei confronti dei soggetti sindacali, non anche l’inadempimento di obblighi derivanti da fonti negoziali che non ne contemplano il consenso. Non resta, quindi, che rinviare alle considerazioni già svolte per escludere che lo strumento della cessione del credito per riscuotere quote sindacali possa reputarsi nulla per frode alla legge; si ribadisce che, scomparso l’obbligo legale, tutti gli strumenti negoziali possono essere impiegati per realizzare risultati, non certo identici o analoghi, ma, al più, equivalenti. E ciò stabilito, l’inadempimento del datore di lavoro che incide sull’attività sindacale in senso proprio concreta in tutti i casi condotta antisindacale, senza che possa in alcun modo rilevare la fonte dell’obbligo medesimo. Una considerazione conclusiva si impone: il referendum ha lasciato in vigore il primo comma dell’art. 26 st. lav., che protegge i diritti individuali dei lavoratori concernenti l’attività sindacale per quanto attiene, in particolare, alla raccolta dei contributi: stipulare con il sindacato i contratti di cessione di quote della retribuzione costituisce una modalità di esercizio dei detti diritti; il rifiuto del datore di lavoro di darvi corso, lungi dal concretare un mero illecito civilistico, opera una compressione dei diritti individuali e di quelli del sindacato. 6. Per le ragioni esposte il ricorso va rigettato, Sussistono, evidenti, giusti motivi per compensare le spese del giudizio. 3) Cass. 2 agosto 2012 n. 13886 30 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza l referendum del 1995 abrogativo dell’art. 26, comma 2, st. lav. e il susseguente d.P.R. n. 313 del 1995 non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, essendo soltanto venuto meno il relativo obbligo legale, sicché i lavoratori, nell’esercizio della autonomia privata e mediante la cessione del credito in favore del sindacato, possono chiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono. Il datore di lavoro il quale affermi che la cessione comporta in concreto, a suo carico, un onere aggiuntivo insostenibile in rapporto all’organizzazione aziendale ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 1218 c.c., che la gravosità della prestazione è tale da giustificare il suo inadempimento, dovendosi escludere che l’insostenibilità dell’onere possa risultare semplicemente dall’elevato numero di dipendenti dell’azienda, dovendosi viceversa operare una valutazione di proporzionalità tra la gravosità dell’onere e l’entità dell’organizzazione aziendale, tenuto conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti ha, di norma, una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione. 14. Con il secondo motivo la società ricorrente denunzia violazione dell’art. 1362 c.c. e segg.. in riferimento all’art. 39 Cost., comma 1, con conseguente violazione dell’art. 1260 ss c.c. nella parte in cui la sentenza ritiene ammissibile la cessione di crediti futuri. 15. Con il terzo motivo denunzia violazione dell’art. 1260 c.c., comma 1, in riferimento agli artt. 1 e 5 t.u. n. 180 del 1950 come modificato dalla legislazione del 2005. 16. Su questi temi la giurisprudenza di Cassazione si è espressa più volte, in alcuni passaggi fondamentali a Sezioni unite e quindi con l’efficacia vincolante sancita dall’art. 374 c.p.c.. 17. I principi affermati sono i seguenti. 18.1) Il referendum del 1995, abrogativo dell’art. 26 st. lav., comma 2, e il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995, non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, ma è soltanto venuto meno il relativo obbligo. I lavoratori, pertanto, possono richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono (S.U. 28269/2005). 19.11) Tale atto deve essere qualificato cessione del credito (art. 1260 c.c. e segg.) (S.U. 28269/2005). 20.3) In conseguenza di detta qualificazione, non necessita, in via generale, del consenso del debitore (cfr. art. 1260 c. c.) (S.U. 28269/2005). 21.4). Non osta il carattere parziale e futuro del credito ceduto: la cessione può riguardare solo una parte del credito ed avere ad oggetto crediti futuri (S.U. 28269/2005, nonchè Cass. 10 settembre 2009, n. 19501). 22.5) Qualora il datore di lavoro sostenga che la cessione comporti in concreto, a suo carico, una modificazione eccessivamente gravosa dell’obbligazione, implicante un onere insostenibile in rapporto alla sua organizzazione aziendale e perciò inammissibile, ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 1218 c.c., che la gravosità della prestazione è tale da giustificare il suo inadempimento (S.U. 28269/2005). 23.6) L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia del negozio di cessione del credito, ma può giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, finchè il creditore non collabori a modificare le modalità della prestazione in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi (S.U. 28269/2005). 24.7) Non si può ritenere provata l’insostenibilità dell’onere in ragione, esclusivamente, dell’elevato numero di dipendenti dell’azienda, ma dovrà operarsi una valutazione di proporzionalità tra la gravosità dell’onere e l’entità della organizzazione aziendale, tenendo conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti di norma avrà una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione (Cass. 20 aprile 2011, n. 9049). 25.8) Il datore di lavoro che in presenza di un atto di cessione del credito relativo alle quote sindacali, rifiuti senza giustificazione di effettuare il versamento, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato al quale aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività (S.U. 28269/2005). 26. Tutti questi principi di diritto, come si è detto, sono consolidati e in questa controversia non vengono prospettati argomenti idonei a cambiare orientamento. Tali principi, ed in particolare quello di cui al punto n. 21, implicano il rigetto del secondo motivo. 27. Non è nuova neanche la questione posta con il terzo motivo, che è stata affrontata in alcune recenti decisioni (Cass. 17 febbraio 2012 n. 2314, insieme ad altre conformi, non massimate). 28. Si tratta di vagliare le conseguenze sulla disciplina della materia di alcune norme: la L. 31 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 137; il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 14 maggio 2005, n. 80 e la L. 23 dicembre 2005, n. 266. 29. Le sezioni unite del 2005 citarono i primi due interventi (il terzo è successivo alla decisione), ma precisarono che i problemi di interpretazione di tali modifiche non potevano essere affrontati in quella sede perchè la nuova disciplina non era applicabile ratione temporis al caso esaminato. 30. La questione è la seguente. Il “Testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e le cessioni degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni” (D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180), è stato modificato ed integrato dai tre interventi legislativi prima richiamati. 31. L’art. 1 prevedeva, e prevede tuttora, la insequestrabilità, impignorabilità e incedibilità di stipendi, salari, pensioni ed altri emolumenti corrisposti ai propri dipendenti dalle amministrazioni pubbliche. Con la legislazione recente su richiamata tali limitazioni sono state estese alle retribuzioni corrisposte dalle aziende private. 31 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza 32. A sua volta, l’art. 5 pone dei limiti alla possibilità per i dipendenti pubblici di “contrarre prestiti da estinguersi con cessione di quote di stipendio o del salario fino ad un quinto dell’ammontare”. Gli artt. 15 e 53 individuano gli istituti autorizzati, in via esclusiva, a concedere prestiti ai dipendenti pubblici. Anche queste limitazioni sono state estese ai dipendenti di imprese private. 33. L’art. 52 stabilisce che i dipendenti pubblici (e ora anche i dipendenti di privati) “possono fare cessioni di quote di stipendio in misura non superiore ad un quinto” e per periodi massimi di cinque o dieci anni a condizione che siano provvisti di stipendio fisso e continuativo (ulteriori modifiche della disposizione introdotte dalla recente legislazione non rilevano ai fini della questione in esame). 34. La tesi della società ricorrente è che i lavoratori dipendenti (dopo le recenti modifiche, anche quelli di aziende private) non potrebbero cedere una parte della loro retribuzione alle associazioni sindacali a titolo di quote associative, perchè la cessione sarebbe consentita solo in favore degli istituti di credito indicati negli artt. 15 e 53 del decreto legislativo su richiamato. 35. Come si è già messo in evidenza nelle sentenze di febbraio 2012 prima richiamate, in tal modo si fa dire alla legge qualcosa in più e di diverso da ciò che essa stabilisce effettivamente. Infatti, la limitazione concernente gli istituti di credito riguarda solo le cessioni di credito retributivo collegate alla erogazione di prestiti (cfr. il combinato disposto degli artt. 5, 15 e 53 del t.u.). 36. Sono perfettamente comprensibili le ragioni di tale scelta legislativa, volta a garantire che il soggetto erogatore del prestito e correlativamente beneficiario della cessione di quote della retribuzione per la restituzione del capitale maggiorato degli interessi, presenti caratteristiche tali da assicurarne serietà ed affidabilità e che il lavoratore sia tutelato contro prestiti erogati da soggetti che non offrano adeguate garanzie. 37. Al contrario, l’art. 52 riguarda tutte le cessioni del credito del lavoratori dipendenti, anche quelle non collegate alla erogazione di un prestito. La norma prevede una serie di condizioni e restrizioni, ma non contiene limitazioni del novero dei cessionari. Queste ultime, specifiche limitazioni sono circoscritte alle sole cessioni in qualsiasi modo collegate a concessioni di prestiti e riguardano soggetti che, al tempo stesso, sono erogatori di credito e cessionari. Tali specifiche limitazioni non riguardano cessioni del tutto slegate dalla concessione di crediti, come sono quelle in favore delle associazioni sindacali per il pagamento delle quote associative. 38. Sarebbe stato molto strano, del resto, che il legislatore, al fine di garantire il lavoratore cedente, gli impedisse di destinare una parte (in genere molto contenuta, e comunque soggetta ai limiti incisivi fissati dall’art. 52) della sua retribuzione al sindacato cui aderisce, così trasformando una legislazione antiusura volta a tutelare il lavoratore, in una forma di restrizione irragionevole della sua autonomia e della sua libertà sindacale. 39. Il legislatore non ha previsto questo, ma ha introdotto limitazioni calibrate in funzione degli interessi da tutelare e differenziate in relazione alla diversità delle situazioni, fissando limiti per tutte le cessioni e prevedendo limiti specifici per le cessioni in qualsiasi modo connesse alla erogazione di un prestito. L’interprete non può estendere queste limitazioni oltre l’ambito segnato dalla lettera e dalla finalità dell’intervento legislativo. 40. Per queste ragioni anche il terzo motivo deve essere rigettato. 41. Il ricorso deve essere, pertanto, nel complesso rigettato. Rappresentanza sindacale nel Pubblico impiego 1) Consiglio di Stato, parere n. 4108/2008 Ai fini della sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali del settore pubblico, il requisito che le organizzazioni sindacali devono rappresentare nel complesso «almeno il 51 per cento come media tra dato associativo e dato elettorale nel comparto o nell’area contrattuale, o almeno il 60 per cento del dato elettorale del medesimo ambito» (come previsto dall’art. 43, comma 3, d. lgs. n. 165 del 2001), deve essere verificato previamente dall’Aran con riferimento alle sole sigle sindacali che sono state individuate come rappresentative e che, in tale loro qualità, sono ammesse al tavolo della contrattazione collettiva del relativo comparto o della relativa area. Riferisce la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della funzione pubblica – che l’ARAN ha sollevato la questione relativa a quale debba essere considerata come base di riferimento la percentuale su cui calcolare la soglia minima richiesta dalla normativa vigente necessaria per rendere valida la sottoscrizione dei contratti nazionali collettivi: quella che tenga conto delle medie tra dato associativo e dato elettorale calcolata rispetto a tutte le sigle sindacali censite nel comparto o solo su quelle 00.SS. rappresentative. Al riguardo evidenzia che l’articolo 43 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, reca la disciplina relativa alle modalità di misurazione del grado di rappresentatività delle confederazioni e delle organizzazioni sindacali. Seguendo l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato (parere Sez. I, n. 868/01), la rappresentatività è preordinata “….a quattro funzioni principali, che riguardano propriamente l’attività ed i diritti delle …” associazioni sindacali “…e precisamente: a) il godimento dei diritti e delle prerogative sindacali in misura proporzionale al quantum di rappresentatività misurata (cd. libertà sindacali); b) l’esigibilità della costituzione delle rappresentanze unitarie del personale; c) la legittimità negoziale; d) la valida stipulazione di contratti collettivi nazionali”. Il menzionato articolo 43, infatti, statuisce: – al comma 1, che: “L’Aran ammette alla contrattazione collettiva nazionale le organizzazioni sindacali che abbiano nel comparto o nell’area una rappresentatività non inferiore al 5 per cento, considerando a tal fine la media tra il dato associativo ed il dato elettorale. Il dato associativo è espresso dalla percentuale delle deleghe per il versamento dei contributi sindacali rispetto al totale delle deleghe rilasciate nell’ambito considerato. Il dato elettorale è espresso dalla percentuale dei voti ottenuti nelle elezioni delle rappresentanze unitarie del personale (ndr RSU), rispetto al totale dei voti 32 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza espressi nell’ambito considerato”; – ai commi 2 e 4, rispettivamente, che le confederazioni sono ammesse alla contrattazione di comparto e di area, quando negli stessi sono presenti organizzazioni rappresentative affiliate alle medesime confederazioni, alla contrattazione per la definizione degli accordi quadro nel caso in cui alle medesime confederazioni risultino affiliate organizzazioni rappresentative ricomprese in due o più comparti e aree; – al comma 3, che “L’ARAN sottoscrive i contratti collettivi verificando previamente, sulla base della rappresentatività accertata per l’ammissione alle trattative ai sensi del comma 1, che le organizzazioni sindacali che aderiscono all’ipotesi di accordo rappresentino nel loro complesso almeno il 51 per cento come media tra dato associativo e dato elettorale nel comparto o nell’area contrattuale, o almeno il 60 per cento del dato elettorale nel medesimo ambito” ; – al comma 6, che “…le confederazioni e le organizzazioni sindacali, ammesse alla contrattazione collettiva nazionale ai sensi dei commi precedenti, hanno titolo ai permessi, aspettative e distacchi sindacali, in quota proporzionale alla loro rappresentatività ai sensi del comma 1, tenendo conto anche della diffusione territoriale e della consistenza delle strutture organizzative nel comparto o nell’area”. Il precedente articolo 42, prevede, tra l’altro, su iniziativa anche disgiunta delle organizzazioni rappresentative, la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali (comma 2) e degli organismi di rappresentanza unitaria del personale, questi ultimi mediante elezioni alle quali è garantita la partecipazione di tutti i lavoratori (comma 3). Il Dipartimento della funzione pubblica evidenzia che fino ad oggi, per l’esplicazione delle attività di cui alle lettere sub b), c) e d), si è fatto sempre riferimento alla percentuale di rappresentatività conseguita in relazione ai criteri individuati nel predetto articolo 43, comma 1, vale a dire sulla base della media tra il dato associativo ed il dato elettorale, dove il dato associativo è espresso dalla percentuale delle deleghe per il versamento dei contributi sindacali rispetto al totale delle deleghe rilasciate nell’ambito considerato, mentre quello elettorale dalla percentuale dei voti ottenuti nelle RSU rispetto al totale dei voti espressi nell’ambito di riferimento. Per l’attribuzione delle prerogative sindacali di cui alla lettera a), quali, ad esempio, i permessi e i distacchi, si ricorre anche ad un ulteriore criterio, perché occorre pienamente perseguire l’enunciato obiettivo del legislatore di distribuzione delle prerogative stesse “… in quota proporzionale …” alla rappresentatività di ogni singola associazione sindacale. Per ottenere tale risultato, pertanto, occorre rivalutare le percentuali di rappresentatività – determinate in applicazione del criterio su esposto – scorporando le percentuali corrispondenti ai soggetti sindacali non rappresentativi ai sensi dell’articolo 43, comma 1 (con una percentuale inferiore al 5%). Tale fine si ottiene rapportando a 100 il predetto “quantum di rappresentatività” (100 : b = c : X, dove b è pari alla sommatoria delle percentuali delle organizzazioni sindacali rappresentative e c è pari al grado di rappresentatività posseduto ed X evidentemente la nuova percentuale rivalutata). Premesso quanto sopra, in considerazione di quanto rappresentato dall’ARAN per quanto attiene alla “valida stipulazione di contratti collettivi nazionali” di cui al punto sub d), occorre accertare se sia corretto continuare ad utilizzare il criterio generale indicato dal comma 1 del citato articolo 43 o se, invece, per determinare la percentuale per la stipulazione dei contratti collettivi debba piuttosto utilizzarsi la modalità applicata per la distribuzione delle prerogative di cui al punto a). Infatti, la prima delle ipotesi esplicitate – tuttora di più facile applicazione sulla base della interpretazione letterale della norma di cui al citato comma 3 – avrebbe come immediata conseguenza quella di far incidere, pur se in via indiretta, nel raggiungimento del 51% anche la percentuale residuale di rappresentatività al di sotto del limite minimo del 5%, fissato dal legislatore per l’esclusione dalla partecipazione all’attività negoziale. Questa interpretazione, nel caso limite di presenza nel comparto od area di una pletora di organizzazioni non rappresentative (con percentuale inferiore al 5%), che nel loro complesso, però, assommino una percentuale superiore al 49% della media delle deleghe e dei voti, comporterebbe per quelle rappresentative (con percentuale superiore al 5%) di non poter raggiungere anche nella loro totalità la percentuale del 51%, richiesta per la sottoscrizione del contratto, con la conseguenza della inapplicabilità della norma. L’utilizzo dell’ulteriore criterio in uso per la fruizione delle prerogative di cui al punto a), che va oltre l’interpretazione letterale, consentirebbe la reintegrazione della piena disponibilità delle percentuali di consenso e di dissenso a favore delle associazioni legittimate e, altresì, il perseguimento dell’obiettivo determinato dal legislatore anche nel caso limite sopra illustrato. In relazione a quanto sopra, è necessario un intervento chiarificatore per i rilevanti e generali profili delle questioni illustrate, anche in considerazione delle numerosi trattative già avviate o di prossimo avvio presso l’ARAN e degli specifici riflessi sulle conseguenti possibilità o meno di sottoscrizione dei CCNL. La questione prospettata dall’Amministrazione richiedente riguarda, in sostanza, la necessità di stabilire quale sia la base di riferimento su cui calcolare la percentuale minima richiesta ai sensi dell’articolo 43, comma 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per rendere valida la sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Secondo l’articolo 43, comma 3, del decreto legislativo n. 165/2001, “L’Aran sottoscrive i contratti collettivi verificando previamente, sulla base della rappresentatività accertata per l’ammissione alle trattative ai sensi del comma 1, che le organizzazioni sindacali che aderiscono all’ipotesi di accordo rappresentino nel loro complesso almeno il 51 per cento come media tra dato associativo e dato elettorale nel comparto o nell’area contrattuale, o almeno il 60 per cento del dato elettorale nel medesimo ambito”. Preliminarmente, deve sottolinearsi che la norma presuppone un preventivo adempimento, costituito dall’accertamento della rappresentatività delle organizzazioni sindacali ai sensi del comma 1 del citato articolo 43, a mente del quale “L’Aran ammette alla contrattazione collettiva nazionale le organizzazioni sindacali che abbiano nel comparto o nell’area una rappresentatività non inferiore al 5 per cento, considerando a tal fine la media tra il dato associativo ed il dato elettorale. Il dato associativo è espresso dalla percentuale delle deleghe per il versamento dei contributi sindacali rispetto al totale delle deleghe rilasciate nell’ambito considerato. Il dato elettorale è espresso dalla percentuale dei voti ottenuti nelle elezioni delle rappresentanze unitarie del personale (ndr RSU), rispetto al totale dei voti espressi nell’ambito considerato”. 33 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza In altri termini, l’applicazione della norma di cui al comma 3, oggetto della richiesta di parere, esige che siano già state preventivamente individuate le organizzazioni sindacali che, in relazione al grado accertato di rappresentatività, sono abilitate a partecipare al tavolo negoziale. Stante questo presupposto, la norma stabilisce il livello minimo di adesione necessario per la sottoscrizione dell’ipotesi di accordo sindacale. L’Amministrazione richiedente prospetta due tesi alternative, entrambi desumibili dalla lettura del dato testuale della citata previsione di legge. In una prima interpretazione, il richiamo espresso alla “rappresentatività accertata”, letto in stretta connessione con la “previa verifica”, comporterebbe che la percentuale di rappresentatività di ciascuna organizzazione sindacale per l’ammissione alle trattative sia la stessa cui far riferimento per la preventiva verifica ai fini della sottoscrizione dell’ipotesi di accordo sindacale, per la quale è richiesto il raggiungimento della complessiva percentuale del 51% o del 60%. La seconda interpretazione separa i due momenti e si fonda su una diversa lettura, nella quale il riferimento espresso alla “rappresentatività accertata” serve solamente ad individuare e circoscrivere i soggetti sindacali nei confronti dei quali occorre effettuare l’ulteriore preventiva verifica, specificamente ed esclusivamente finalizzata alla sottoscrizione dell’accordo sindacale. Finora, come rappresentato dall’Amministrazione, è invalsa la prassi di applicare la norma secondo la prima interpretazione, anche in considerazione delle alte percentuali di adesione alle ipotesi di accordo sottoscritte dalle organizzazioni sindacali, che non hanno mai determinato problemi applicativi. Infatti, è evidente che ove si raggiunga la percentuale di adesione utilizzando il primo criterio, sicuramente la percentuale necessaria si sarebbe raggiunta anche in applicazione del secondo criterio. In relazione al particolare momento contrattuale, invece, è stata rappresentata l’esigenza del chiarimento richiesto. Ora, ai fini di risolvere il dubbio interpretativo prospettato, è necessario tener conto della finalità cui tende il legislatore, il quale ha ritenuto di porre una soglia minima di adesione per la sottoscrizione del contratto collettivo al fine di garantire un maggioritario grado di consenso e di condivisione da parte delle organizzazioni sindacali. In via generale, entrambe le interpretazioni soddisfano questa esigenza, comportando, nella sostanza, nel primo caso una soglia più alta poiché la percentuale considerata tiene conto anche della presenza delle organizzazioni sindacali non rappresentative e conseguentemente non abilitate alla partecipazione alle trattative negoziali. La prima ipotesi interpretativa, però, può comportare effettivamente delle difficoltà applicative. Ove infatti ricorra, come rappresentato dall’Amministrazione richiedente, il caso limite di presenza nel comparto od area di una pletora di organizzazioni non rappresentative (con percentuale inferiore al 5%), che nel loro complesso, però, assommino una percentuale superiore al 49% della media delle deleghe e dei voti, si verificherebbe l’impossibilità per quelle rappresentative (con percentuale superiore al 5%) di raggiungere, anche nella loro totalità, la percentuale del 51%, richiesta per la sottoscrizione del contratto. Qualora si verificasse, questa evenienza determinerebbe pertanto un vulnus – di certo contrario all’intentio legis – all’intero sistema della contrattazione collettiva, perché, paradossalmente, le organizzazioni sindacali ammesse al tavolo negoziale in quanto rappresentative non potrebbero comunque, anche se in ipotesi tutte favorevoli all’adesione, portare a termine il compito loro affidato, vale a dire la predisposizione e sottoscrizione del contratto. Ciò, con l’ulteriore conseguenza, non poco rilevante, che un intero comparto o area contrattuale ed il relativo personale rimarrebbero privi di disciplina contrattuale, pur in presenza di organizzazioni sindacali per le quali è stata positivamente accertata la prevista rappresentatività. Conseguentemente, si ritiene che, in coerenza con il complessivo sistema di relazioni sindacali e di contrattazione collettiva delineato dal legislatore del decreto legislativo n. 165/2001, si debba assicurare ai soggetti che hanno conseguito il requisito della rappresentatività la possibilità – fermo restando la necessità di raggiungere le percentuali di adesioni prescritte – di pervenire alla conclusione delle trattative con la stipulazione del contratto collettivo. Per questo motivo, si ritiene che “almeno il 51 per cento come media tra dato associativo e dato elettorale nel comparto o nell’area contrattuale, o almeno il 60 per cento del dato elettorale nel medesimo ambito”, come previsto dal comma 3 del citato articolo 43, debba essere “verificato previamente”, ai sensi e per gli effetti del medesimo comma 3, con riferimento alle sole sigle sindacali che sono state individuate come rappresentative e che, in tale loro qualità, sono ammesse al tavolo della contrattazione collettiva del relativo comparto o della relativa area. 34 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Parte II Il contratto collettivo Legge e contrattazione collettiva 1) Corte cost. 19 dicembre 1962 n. 106 Sono non fondate le questioni di legittimità costituzionale delle norme contenute negli artt. 1, 2, 3, 4, 5 e 8 della legge 14 luglio 1959, n. 741, recante “norme transitorie per garantire minimi di trattamento economico e normativo ai lavoratori” in riferimento agli artt. 3, 39, 71, 76 e 77 della Costituzione; È costituzionalmente illegittimo l’art. 1 della legge 1 ottobre 1960, n. 1027. 3. – La prima delle questioni sottoposte all’esame della Corte sorge dal contrasto, che si asserisce esistente, tra la legge impugnata e l’art. 39 della Costituzione, e, più specificamente, la norma contenuta nel quarto comma di questo articolo, giusta la quale i sindacati registrati, e forniti, pertanto, di personalità giuridica, “possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Occorre subito avvertire che la Corte non ritiene fondata la tesi, richiamata da quasi tutte le ordinanze di rimessione e sostenuta dalla difesa delle parti interessate, secondo la quale l’ora richiamato art. 39 contiene una riserva, normativa o contrattuale, in favore dei sindacati, per il regolamento dei rapporti di lavoro. Una tesi siffatta, segnatamente se enunciata in termini così ampi, contrasterebbe con le norme contenute, ad esempio, nell’art. 3, secondo comma, nell’art. 35, primo, secondo e terzo comma, nell’art. 36, e nell’art. 37 della Costituzione, le quali – al fine di tutelare la dignità personale del lavoratore e il lavoro

 

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