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12 Settembre 2017

Giurisprudenza sindacale, parte II: I problemi interpretativi

accordi sindacali

e 1) Corte Cost. 30 giugno 1994 n. 268 È infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5 comma 1 della legge n. 223 del 1991, per contrasto con gli art. 3, 39 e 41 cost., nella parte in cui prevede che un accordo sindacale possa stabilire criteri di scelta dei lavoratori da licenziare per riduzione di personale diversi da quelli previsti alle lett. a), b) e c) della stessa norma. 3. La questione non è fondata. Improprio è anzitutto il riferimento all’art. 41, primo comma, Cost., richiamato per primo nella sequenza argomentativa dell’ordinanza di rimessione, sul riflesso che esso garantirebbe l’autonomia privata dei singoli, e in particolare “la libertà di ciascun singolo di stipulare un contratto di lavoro subordinato con l’imprenditore, nonchè di risolverlo secondo le norme vigenti”. La censura non è comprensibile se non collegandola all’assunto, palesemente insostenibile, che il contratto collettivo cui rinvia l’art. 5, comma 1, della legge n. 223 del 1991 sia “destinato a produrre effetti nei confronti di un singolo rapporto di lavoro”, sia cioé, esso stesso, la causa immediata della risoluzione del rapporto individuale nei confronti di un singolo rapporto di lavoro”, sia pure cioé, esso stesso, la causa immediata della risoluzione del rapporto individuale nei confronti dei lavoratori “collocati in mobilità”. Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte, l’autonomia contrattuale dei singoli è tutelata a livello di Costituzione solo indirettamente, in quanto strumento di esercizio di libertà costituzionalmente garantite (cfr. sentenze nn. 89 del 1984, 159 del 1988, 241 del 1990). L’art. 41 tutela l’autonomia negoziale come mezzo di esplicazione della libertà di iniziativa economica, la quale si esercita normalmente in forma di impresa. Chi stipula un contratto di lavoro subordinato con un imprenditore non assume, per parte sua, una iniziativa economica, bensì accetta di essere inserito nell’organizzazione produttiva costituita dall’iniziativa della controparte. 4. In riferimento all’art. 39 Cost. la norma impugnata è ritenuta lesiva: 5 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza a) dell’art. 39, primo comma, in quanto eccederebbe i limiti di competenza dell’autonomia collettiva attribuendo ai sindacati maggiormente rappresentativi (ai sensi dell’art. 19 della legge n. 300 del 1970) il potere di disporre del diritto dei singoli alla stabilità del posto di lavoro, in deroga ai criteri legali di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità; b) dell’art. 39, quarto comma, perchè ai contratti collettivi da essa richiamati conferisce efficacia vincolante anche per i lavoratori non aderenti ai sindacati stipulanti, senza le condizioni alle quali l’efficacia erga omnes del contratto collettivo è subordinata dalla norma costituzionale. La censura sub a) prende le mosse da una interpretazione che, rovesciando l’ordine logico delle due parti in cui si articola la disposizione in esame, attribuisce alla seconda, dove sono enunciati tre criteri di scelta in concorso tra loro, carattere di norma imperativa, alla quale la prima parte autorizzerebbe deroghe ad opera della contrattazione collettiva. Perciò i contratti collettivi cui fa rinvio l’art. 5, comma 1, della legge n. 223 del 1991 sarebbero da annoverare nella categoria degli “accordi sindacali in deroga”, analogamente agli accordi sindacali autorizzati dall’art. 4, comma 11, a derogare all’art. 2103 cod. civ. La lettera della legge resiste insuperabilmente a una simile interpretazione. La disposizione impugnata non prevede alcun potere sindacale di deroga a norme imperative di legge, bensì sostituisce alla determinazione unilaterale dei criteri di scelta, originariamente spettante all’imprenditore nell’esercizio del suo potere organizzativo, una determinazione concordata con i sindacati maggiormente rappresentativi; essa tende a “procedimentalizzare” l’esercizio di un potere imprenditoriale. Solo in mancanza di accordo vengono in applicazione i criteri indicati nella seconda parte della disposizione, la quale, sotto questo aspetto, ha natura di norma suppletiva. La sussidiarietà della regola legale, intesa a favorire una gestione concordata della messa in mobilità dei lavoratori, risponde all’esigenza di adattamento dei criteri di individuazione del personale in soprannumero alle condizioni concrete dei processi di ristrutturazione aziendale, tenuto conto dei notevoli oneri finanziari imposti dalla nuova disciplina dell’intervento straordinario della Cassa integrazione guadagni alle imprese che si avvalgono delle procedure di mobilità dei lavoratori. Così precisato il significato dell’art. 5, comma 1, gli accordi sindacali che stabiliscono i criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità non appartengono alla specie dei contratti collettivi normativi, i soli contemplati dall’art. 39 Cost., destinati a regolare i rapporti (individuali) di lavoro di una o più categorie professionali o di una o più singole imprese. Si tratta di un tipo diverso di contratto, la cui efficacia diretta – in termini di limiti e modalità di esercizio del potere di licenziamento finalizzato alla riorganizzazione del lavoro nell’impresa – si esplica esclusivamente nei confronti degli imprenditori stipulanti (o del singolo imprenditore nel caso di accordo aziendale). Il contratto collettivo, cui rinvia la norma in esame, incide sul singolo prestatore di lavoro indirettamente, attraverso l’atto di recesso del datore in quanto vincolato dalla legge al rispetto dei criteri di scelta concordati in sede sindacale. 5. Non vale obiettare che i contratti collettivi di cui si controverte, poichè regolano l’esercizio del potere di licenziamento in ordine alla selezione dei lavoratori da dismettere, dispongono in pari tempo del diritto dei singoli alla stabilità del posto (denominato nell’ordinanza di rimessione “diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro”) e in questo senso sarebbero, essi pure, contratti normativi. Il diritto alla stabilità del posto non ha una propria autonomia concettuale, ma è nient’altro che una sintesi terminologica dei limiti del potere di licenziamento sanzionati dall’invalidità dell’atto non conforme, e quindi si risolve interamente nel diritto (potestativo) di impugnare il licenziamento illegittimo. In correlazione al recesso dell’imprenditore nell’ambito di una procedura di riduzione del personale, il diritto alla conservazione del posto non preesiste all’accordo sindacale, ma dipende da questo e si identifica col diritto all’applicazione dei criteri di scelta in esso previsti. L’accordo non è valido – con conseguente annullabilità del recesso intimato dal datore di lavoro – quando è contrario a principi costituzionali o a norme imperative di legge. Poichè adempie una funzione regolamentare delegata dalla legge, la determinazione pattizia dei criteri di scelta deve rispettare non solo il principio di non discriminazione sanzionato dall’art. 15 della legge n.300 del 1970, ma anche il principio di razionalità, alla stregua del quale i criteri concordati devono avere i caratteri dell’obiettività e della generalità e devono essere coerenti col fine dell’istituto della mobilità dei lavoratori. Come parametro del giudizio di razionalità o di ragionevolezza possono venire in considerazione anche i criteri legali, non come tali, ma in quanto riproducono criteri tradizionalmente praticati nei rapporti collettivi connessi ai licenziamenti per riduzione del personale nel settore dell’industria, sicchè lo scostamento da essi deve essere giustificato. Per esempio, la svalutazione del privilegio tradizionale dell’anzianità di servizio, nei confronti dei lavoratori prossimi al raggiungimento dei requisiti di età e di contribuzione per fruire di un trattamento di quiescenza, può essere giustificata in una situazione del mercato del lavoro tale da escludere per i lavoratori più giovani la possibilità di trovare a breve termine un altro posto di lavoro, oppure, secondo un criterio accolto dalla stessa legge n. 223 (art. 28), nei casi di ristrutturazioni industriali caratterizzate da elevati livelli di innovazione tecnologica. 6. Alla luce delle precisazioni esposte nei paragrafi precedenti, perde consistenza la censura di violazione dell’art. 39, quarto comma, Cost. coordinato con l’art. 3 Cost. Il problema dell’efficacia erga omnes del contratto collettivo si pone per i contratti normativi, non per quelli del tipo ora in discorso, la cui efficacia nei confronti dei singoli lavoratori (mediata dai provvedimenti individuali di licenziamento) si fonda sulla legge che ad essi rinvia. 2) Cass. 9 gennaio 2008 n. 212 Tra le associazioni sindacali nell’ambito delle quali, ai sensi dell’art. 19 st. lav. possono essere costituite nell’unità produttiva rappresentanze sindacali aziendali, rientrano anche quelle che, pur non essendo firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva, abbiano tuttavia sottoscritto, nella medesima unità, accordi di gestione delle crisi aziendali, giacché tali contratti, pur essendo volti a porre regole dirette a delimitare l’ambito del potere del datore di lavoro, concorrono a 6 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza disciplinare importanti aspetti del rapporto di lavoro, e costituiscono fonte di diritti per i lavoratori che degli stessi possono pretendere l’attuazione. 6. Nè può accogliersi per pervenire all’accoglimento del ricorso la tesi che la sottoscrizione di un contratto collettivo ed. gestionale – come di contratti collettivi di diversa natura – applicabile ad una intera categoria di lavoratori non sia suscettibile di valutazione ai fini della “rappresentatività” del sindacato e, conseguentemente, della legittimazione delle sue rappresentanze aziendali, in quanto l’imporre, o contribuire con la propria condotta negoziale a rendere applicabile su tutto il territorio del paese, le regole dettate da detto contratto è indice di una incisiva e concreta “effettività” della sua specifica forza negoziale. 6.1. Ciò detto contro quanto sostenuto nel corso del giudizio dalla FIALS che ha dichiarato di essere firmataria di accordi e contratti a livello nazionale il ricorso della società non si presenta dotato del requisito della specificità e della autosufficienza nè sembra condivisibile, sotto altro versante l’assunto della stessa società, che i contratti gestionali non siano di per sè idonei a contrassegnare la rappresentatività del sindacato. E’ stato statuito da questa Corte di cassazione che le regole contemplate negli accordi gestionali sono volti a delimitare l’ambito del potere del datore di lavoro concorrendo a disciplinare importanti aspetti del rapporto di lavoro volti a costituire fonte di diritti per i lavoratori, che ne possono pretendere l’attuazione. Detti accordi, inoltre, tenuto conto della importanza economica e vincolante per il datore di lavoro del loro contenuto obbligatorio, esprimono la capacità negoziale delle organizzazioni sindacali firmatarie, che è il presupposto per il riconoscimento del diritto di queste a costituire rappresentanze sindacali aziendali (così Cass. 24 settembre 2004 n. 19271). La causa del contratto collettivo di lavoro non può, infatti, essere ridotta alla funzione normativa cioè alla funzione di determinare i contenuti dei futuri contratti individuali di lavoro in quanto ogni contratto collettivo contiene una serie di clausole non riconducibili a tale funzione (ad esempio le clausole che predispongono le procedure di conciliazione ed arbitrato o le clausole che impongono ai datori di lavoro di fornire informazioni alle organizzazioni sindacali), perchè la caratteristica di tali contratti può limitarsi anche al fatto che esse instaurano rapporti obbligatoli che non hanno effetti diretti sui futuri contratti di lavoro, ma producono effetti giuridici esclusivamente nei confronti dei sindacati stipulanti o dei datori stipulanti che risultano obbligati a tenere comportamenti pattiziamente definiti, sicchè – come è stato precisato dalla dottrina – alle tradizionali funzioni del contratto collettivo se ne deve aggiungere un’altra ormai divenuta non meno tipica e socialmente importante. I contratti collettivi e gli accordi sindacali costituiscono, infatti, sovente lo strumento di gestione delle crisi aziendali, col quale la soluzione dei problemi che tale crisi pone per i lavoratori occupati nell’azienda vengono preventivamente contrattate con il sindacato (come avviene, ad esempio, nei cosiddetti contratti gestionali riguardanti la mobilità, le procedure di cassa integrazione guadagni o i contratti di solidarietà). Non c’è dubbio, dunque, che tali accordi, pur se riguardano un solo istituto, disciplinano un momento importante dei rapporti di lavoro (come richiesto da Corte Cost. 244/96), contenendo regole generali per il datore di lavoro che predeterminano il contenuto di alcuni istituti capaci di incidere vario modo nello svolgimento e nell’attuazione dei singoli rapporti di lavoro (criteri di scelta dei lavoratori da licenziare, collocamento in cassa integrazione, sospensioni e criteri di rotazione dei lavoratori sospesi, ecc.) (cfr. Cass. 24 settembre 2004 n. 19271 cit., cui adde, anche per la ribadita statuizione che da detti accordi derivano posizioni di diritto e di obbligo per i soggetti del rapporto individuale, Cass. 22 luglio 2004 n. 11634). 7. Tutto ciò premesso, la rappresentanza sindacale della FIALS – per avere stipulato unitamente ad altre organizzazioni sindacali l’accordo di natura sicuramente gestionale […] – rivestiva i requisiti richiesti dall’art. 19 stat. lav., e non poteva, quindi, essere esclusa – come ha evidenziato la Corte territoriale con argomentazioni che si sottraggono ad ogni censura in questa sede di legittimità – dal tavolo dell’esame congiunto con la parte datoriale sul trasferimento del personale della CCR ad altro soggetto. 3) Cass. 11 luglio 2008 n. 19275 In ordine alle prerogative sindacali collegate al potere di costituire r.s.a., l’art. 19 l. 20 maggio 1970 n. 300 si interpreta nel senso che per associazioni sindacali firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva si devono intendere le associazioni che abbiano stipulato contratti collettivi di qualsiasi livello (nazionale, provinciale, aziendale) ma necessariamente di natura normativa, restando esclusi gli accordi c.d. gestionali, che non rientrano nella previsione di cui all’art. 39 cost., e non sono, per loro natura, atti a comprovare la rappresentatività richiesta dalla norma. 6. Non è fondata, infine, neppure la tesi basata sulla stipulazione di accordi con l’azienda ed. “gestionali” (in tema di gestione di cassa integrazione e di mobilità, nonchè di processi di riorganizzazione aziendale), che dovrebbero, secondo l’organizzazione sindacale ricorrente, ritenersi compresi nella nozione di “contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva” (L. n. 300 del 1970, art. 19, comma 1). 6.1. La tesi, invero, è stata condivisa da un orientamento della giurisprudenza della Corte, secondo il quale, le regole contemplate negli accordi gestionali sono preordinate a delimitare l’ambito dei poteri del datore di lavoro, concorrendo a disciplinare importanti aspetti dei rapporti di lavoro ed a costituire fonti di diritti per i lavoratori, che ne possono pretendere l’attuazione. Detti accordi, inoltre, tenuto conto dell’importanza economica e vincolante per il datore di lavoro del loro contenuto obbligatorio, esprimono la capacità negoziale delle organizzazioni sindacali firmatarie, che è il presupposto per il riconoscimento del diritto di queste a costituire rappresentanze sindacali aziendali (Cass. 24 settembre 2004 n. 19271; 11 gennaio 2008, n. 520). La Corte ritiene, tuttavia, di non poter dare continuità al detto indirizzo, che reputa non conforme al principio di rappresentatività dell’organizzazione sindacale, quale risultante dalla norma di cui all’art. 19 st. lav. come interpretata dalla giurisprudenza costituzionale. 7 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza 6.2. E’ necessario partire dalla nozione di contratto collettivo “gestionale”, nozione che è stata delineata dalla giurisprudenza costituzionale. La sentenza costituzionale 30 giugno 1994 n. 268, dichiarativa della legittimità costituzionale della L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 5, comma 1, nella parte in cui prevede che i criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità possano essere stabiliti da accordi sindacali, ha precisato i principi che di seguito si espongono in sintesi. La L. n. 164 del 1975, art. 5, impone lo svolgimento di una “procedura di consultazione sindacale”, che, nell’ipotesi “normale” (non caratterizzata, cioè, dalla sussistenza di eventi oggettivamente non evitabili che rendano non differibili la contrazione o la sospensione dell’attività produttiva), prevede l’obbligo del datore di lavoro di comunicare preventivamente alle rappresentanze sindacali aziendali e alle organizzazioni sindacali provinciali di categoria la “durata prevedibile della contrazione o sospensione e il numero dei lavoratori interessati”, cui può seguire, a richiesta, “un esame congiunto della situazione, avente ad oggetto i problemi relativi alla tutela degli interessi dei lavoratori in relazione alla crisi dell’impresa”. La norma di legge, quindi, si limita a porre un mero obbligo di informazione e, in caso di richiesta di “esame congiunto”, un ulteriore obbligo di confrontare direttamente le diverse valutazioni e giudizi dei soggetti portatori degli interessi in conflitto. Ai sensi della medesima disposizione di legge, lo svolgimento della procedura di consultazione sindacale è condizione di legittimità nel susseguente provvedimento amministrativo, perchè l’acquisizione degli interessi coinvolti nell’esercizio del potere amministrativo deve avvenire con queste modalità per essere poi utilizzata nella fase istruttoria del procedimento stesso. E’ evidente che l’esito dell'”esame congiunto” può consistere sia nel dare motivata espressione alla divergenza di posizioni in ordine alla sussistenza di situazioni di fatto o alla loro valutazione, sia nel dare atto della convergenza degli accertamenti e dei giudizi. Questa seconda evenienza può essere designata con i termini di “intesa” o “accordo”, purchè si renda chiaro che si versa fuori dello schema dell’art. 1322 c.c., atteso che non ne discendono effetti di modifica, estinzione o costituzione di rapporti giuridici, ma semplicemente effetti endoprocedimentali, con influenza esclusivamente sull’esercizio del potere amministrativo. Il sindacato, quindi, raggiunge queste intese, o accordi, nella veste di soggetto istituzionalmente portatore ed interprete degli interessi diffusi ed indivisibilmente riferibili a tutti i lavoratori (il risanamento dell’impresa in crisi, la conservazione del livello occupazionale), non quale titolare del potere di “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie cui il contratto si riferisce”, secondo quanto previsto dall’art. 39 Cost., comma 4. L’attuale ordinamento giuridico, del resto, conosce ormai numerose ipotesi nelle quali al sindacato viene attribuito un ruolo non riconducibile alla stipula dei contratti collettivi normativi, i soli contemplati dall’art. 39 Cost., in quanto destinati a regolare i rapporti (individuali) di lavoro di una o più categorie professionali o di una o più singole imprese, con la conseguenza che non può porsi, per esse, il problema dell’efficacia erga omnes delle decisioni del sindacato, che il precetto costituzionale circoscrive soltanto ai contratti collettivi normativi. Ma anche quando la legge prevede la stipulazione di veri e propri contratti – è il caso della L. n. 223 del 1991, art. 5, in tema di criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità, rispetto a quali i criteri legali assumono natura suppletiva) -, si tratta di un tipo diverso di contratto, la cui efficacia diretta si esplica esclusivamente nei confronti degli imprenditori stipulanti (o di un determinato imprenditore nel caso di accordo aziendale), incidendo sul singolo prestatore di lavoro solo indirettamente, con la mediazione dell’atto concreto di gestione del rapporto individuale di lavoro posto in essere dal datore di lavoro, in quanto vincolato dalla legge al rispetto dell’accordo. 6.3. L’accordo “gestionale”, quindi, in alcuni casi è il risultato, come si è espressa la Corte costituzionale nella citata sentenza, di una sorta di delega legislativa di un potere sostanzialmente regolamentare, cui non può applicarsi la nozione di “contratto” di cui all’art. 1322 c.c.; in altri può anche essere un contratto, obbligando il datore di lavoro ad esercitare i suoi poteri con le modalità concordate, ma certamente non è il contratto collettivo di cui all’art. 39 Cost., norma che concerne i soli contratti collettivi “normativi”. Sulla base di questa premessa, risulta molto debole l’argomento letterale su cui essenzialmente si fonda l’indirizzo giurisprudenziale dal quale ci si discosta: se il nuovo testo dell’art. 19 St. lav., parla di associazioni sindacali firmatarie di “contratti collettivi applicati nell’unità produttiva”, senza altre specificazioni, al fine di selezionare le organizzazioni sindacali all’interno delle quali possono essere costituite le r.s.a., questo non significa che abbia inteso riferirsi a qualsiasi tipologia di accordo tra datore di lavoro e sindacati. Mentre la genericità dell’espressione usata induce certamente a comprendere i contratti di qualsiasi livello (nazionale, provinciale, aziendale), è proprio il termine “applicazione” che indurrebbe piuttosto a limitare il riferimento ai contratti normativi, i quali, appunto, trovano applicazione diretta e non necessitano della mediazione di atti negoziali del datore di lavoro. 6.4. In ogni caso, i dubbi che la formulazione letterale lascia permanere devono essere eliminati da un’interpretazione coerente con il sistema normativo di disciplina della soglia di rappresentatività, confortato soprattutto dalla giurisprudenza del giudice delle leggi. La Corte costituzionale (sentenza. 12 luglio 1996, n. 244, e successive ordinanze del 18 ottobre 1996, n. 345, e del 26 marzo 2998, n. 76), infatti, ha riaffermato la conformità a Costituzione del nuovo testo dell’art. 19 dello Statuto. Secondo i giudici remittenti poteva dubitarsi della legittimità della norma quale risultante dalla consultazione referendaria, dal momento che essa in realtà finiva con l’attribuire al datore di lavoro un potere di scelta, o quanto meno di interferenza nella costituzione delle r.s.a., potendo egli, proprio attraverso la scelta dell’interlocutore contrattuale, anche determinare nella sostanza entro quali associazioni esse potessero essere costituite. Ma la Corte, proprio richiamandosi a una propria precedente sentenza (C. cost. 26 gennaio 1990, n. 30) ha affermato che la “rappresentatività del sindacato non deriva da un riconoscimento del datore di lavoro, espresso in forma pattizia, ma è una qualità giuridica attribuita dalla legge alle associazioni sindacali che abbiano stipulato contratti collettivi (nazionali, locali, o aziendali) applicati all’unità produttiva. La Corte costituzionale, nell’occasione, non ha mancato di precisare altresì che, perchè l’organizzazione sindacale venga considerata parte firmataria di un contratto collettivo è necessario che essa partecipi effettivamente alle trattative dalle quali era scaturito il contenuto del contratto; e che il contratto collettivo di cui fa menzione l’art. 19 nel nuovo testo deve avere “natura normativa”, essere tale cioè da regolare in modo organico i rapporti di lavoro 8 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza “almeno per un settore o istituto importante della loro disciplina, anche in via integrativa, a livello aziendale, di un contratto nazionale o provinciale già applicato nella stessa unità produttiva. 6.5. Del resto, affermare, come si legge nella motivazione dei precedenti della giurisprudenza di legittimità sopra indicati, che la firma di un contratto aziendale di natura c.d. “gestionale” soddisfa le condizioni indicate nella sentenza della Corte costituzionale, avendo esso ad oggetto aspetti importanti del rapporto di lavoro, appare in contraddizione con il senso della sentenza del giudice delle leggi, nella parte in cui ha inteso riaffermare il legame con il concetto di rappresentatività, sia pur non più presunta ma collegata al dato effettuale della firma di un contratto collettivo. Tale fatto, invero, non è rilevante in sè e per sè considerato (come fatto, appunto), ma lo diventa per ciò di cui è espressione, cioè la capacità dell’organizzazione sindacale di accreditarsi come interlocutrice stabile dell’imprenditore, testimoniata dalla stipulazione di un contratto collettivo, certamente di qualunque livello, ma non di un contratto collettivo di qualunque natura, dovendo trattarsi di un contratto con caratteristiche tali da attestare l’effettività dell’azione sindacale, rappresentando un arco di interessi più vasto di quello dei soli iscritti. Ciò non vuoi dire rimettere al datore di lavoro un potere di scelta o di accreditamento; ma più semplicemente, riconoscere che le relazioni sindacali si fondano sul reciproco riconoscimento. Ed a questo scopo non può ritenersi sufficiente la firma di un contratto ed. “gestionale”, il quale, sebbene fondato anch’esso sul reciproco riconoscimento, esprime un grado di riconoscimento di minore livello, siccome un conto è partecipare alle trattative per la stipulazione di un contratto collettivo normativo, che abbracci cioè diversi istituti che regolano i rapporti di lavoro all’interno della azienda, altro è stipulare un accordo gestionale, relativo ad episodi contingenti e per i quali la rappresentanza esprime concreti ed attuali interessi collegati appunto al singolo episodio. 6.6. In conclusione, in ordine alle prerogative sindacali collegate al potere di costituire r.s.a., l’art. 19, nuovo testo, esclude l’esito di frammentazione della rappresentatività derivante dal ritenere che sia sufficiente essere in possesso di un frammento, ancorchè ristretto, di rappresentatività, collegato al fatto di aver firmato un contratto di natura gestionale, pur essendo l’organizzazione firmataria esclusa dalla contrattazione aziendale con caratteristiche normative. Se è vero che la soglia minima di rappresentatività non va più correlata al dato extra-aziendale, ma a quello intra-aziendale, l’art. 19 va tuttavia interpretato in un contesto che, sin dal 1970, incardina alcuni diritti in capo a organizzazioni sindacali dotate di una certa soglia di rappresentatività. Art. 19 e problemi di legittimità costituzionale: il caso Fiom all’esame dei giudici di merito 1) Tribunale di Napoli, sez. Lavoro, decreto 12 aprile 2012 (Est. Sarracino) La sottoscrizione degli accordi collettivi non è che un indice di rappresentatività del sindacato, indice che può essere anche insufficiente in caso di mancata partecipazione alle trattative. È evidente allora che il giudice può ritenere che la rappresentatività effettiva può essere desunta da elementi differenti da quelli della mera sottoscrizione e dare della norma in esame una interpretazione costituzionalmente orientata. Ai fini della decisione occorre prendere le mosse dalla lettura ed interpretazione dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, atteso che la tesi prospettata da parte ricorrente, ovvero l’applicabilità della norma richiamata anche alle associazioni sindacali che -benché non firmatarie- abbiano partecipato alle trattative consente di ritenere assorbite tutte le ulteriori questioni proposte dalle parti. Ebbene, l’art. 19 dello Statuto del Lavoratori, nella formulazione attuale, al comma I, così recita: “Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva.” Il punto in contestazione concerne la possibilità di applicare la norma in esame anche alle associazioni sindacali che -benché non firmatarie dei contratti collettivi applicati nella unità produttiva- abbiano partecipato alla trattativa volta alla stipula degli stessi, pur non risultandone in esito sottoscrittori. Al fine di verificare compiutamente il senso e la portata della norma va ricordato che lo scopo e la ratio della modifica referendaria che ha inciso la disposizione erano quelli di esaltare l’elemento della effettività della azione sindacale come indice di rappresentatività, atteso che in precedenza detta rappresentatività veniva riconosciuta sulla base di indici e criteri solo presuntivi. La norma, tuttavia, da un lato evidenzia come la “rappresentatività” richiesta possa essere valutata in concreto –sulla base della realtà aziendale- atteso che ai fini del riconoscimento dei diritti sindacali di cui al titolo III dello Statuto dei Lavoratori è sufficiente la sottoscrizione da parte delle associazioni sindacali di contratti collettivi applicati nella sola unità produttiva e – tuttavia- a fronte di tale allargamento delle maglie- corrisponde la previsione –sul piano letterale- che dette associazioni sindacali per godere dei diritti di cui al titolo III abbiano sottoscritto i contratti collettivi applicati nell’azienda. E’ evidente l’aporia che pone detta norma interpretata restando al solo dato letterale. Il nuovo art. 19, come rimodellato in esito al referendum –stando a tale interpretazione- non garantirebbe l’effettiva rappresentatività dei soggetti sindacali selezionati e soprattutto porterebbe a conseguenze di sistema incoerenti nella misura in cui consentirebbe –in teoria- di porre il datore in condizioni tali da negare sempre il riconoscimento dei diritti sindacali di cui al Titolo III della legge nr. 300/1970, tutte le volte in cui non stipuli e non sottoscriva un contratto. La contraddizione di sistema di una interpretazione siffatta è resa ancora più patente dalla semplice considerazione che non sussiste in capo al datore un obbligo a negoziare e men che mai un obbligo a stipulare a seguito delle trattative pur eventualmente poste in essere. 9 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza La contraddizione è ancor più evidente ove si ponga mente alla considerazione che il sindacato, in ipotesi, dotato di maggiore forza rappresentativa e di maggiore efficacia nella azione sindacale, qualora non addivenga alla stipula e sottoscrizione, verrebbe privato del godimento dei diritti di cui al titolo III che resterebbero, invece, in godimento di associazioni sindacali firmatarie, in ipotesi, ben meno rappresentative e che hanno caratterizzato la loro azione sindacale per una maggiore “collaborazione” rispetto alle proposte datoriali. È evidente allora –alla luce delle sovra esposte considerazioni- che il tenore letterale della norma necessita di una interpretazione, costituzionalmente orientata e “di sistema”, che le consenta di esplicare la funzione che essa ha ovvero quella di garantire l’esercizio dei diritti sindacali di cui al titolo III a tutte quelle associazioni sindacali che, non in virtù dei criteri ed indici presuntivi di cui alla abrogata lett. a) della norma (nella sua originaria formulazione la norma così prevedeva. “rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva nell’ambito: a) delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale; b) dalle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati all’unità produttiva” ), ma piuttosto sulla base della effettività della azione sindacale nell’unità produttiva, meritino tutela. Del resto, che la ratio della norma sia proprio quella innanzi enucleata si evince anche dalle pronunzie della Corte Costituzionale nr. 4921995 e nr. 244/1996. Scrive il giudice costituzionale: “pur se l’espressione confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale” di cui alla disposizione sopra citata è stata abrogata dal dpr n. 312 del 1995 in esito al referendum (..), il criterio del grado di rappresentatività continua ad avere la sua rilevanza in forza dell’altro indice previsto dalla norma e precisamente quello che fa riferimento alle associazioni sindacali che siano firmatarie dei contratti collettivi di lavoro applicati nella unità produttiva. Viene così valorizzata l’effettività della azione sindacale –desumibile dalla partecipazione alla formazione della normativa contrattuale- quale presunzione di detta maggiore rappresentatività” (cfr. C. Cost. nr. 492/1995). “Secondo l’art. 19 –pur nella versione risultante dalla prova referendaria- la rappresentatività del sindacato non deriva da un riconoscimento del datore di lavoro espresso in forma pattizia, ma è una qualità giuridica attribuita dalla legge alle associazioni sindacali che abbiano stipulato contratti collettivi (nazionali, locali o aziendali) applicati nell’unità produttiva. L’esigenza di oggettività del criterio legale di selezione comporta un’interpretazione rigorosa della fattispecie di cui all’art. 19, tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale. Non è perciò sufficiente la mera adesione formale a un contratto negoziato da altri sindacati, ma occorre una partecipazione attiva al processo di formazione del contratto; nemmeno è sufficiente la stipulazione di un contratto qualsiasi, ma deve trattarsi di un contratto normativo che regoli in modo organico i rapporti di lavoro, almeno per un settore o un istituto importante della loro disciplina, anche in via integrativa a livello aziendale, di un contratto nazionale o provinciale già applicato nella stessa unità produttiva. (…) Respinto dalla volontà popolare il principio della rappresentatività presunta sotteso all’abrogata lettera a) l’aver tenuto fermo, come unico indice giuridicamente rilevante di rappresentatività effettiva, il criterio della lettera b), esteso però all’intera gamma della contrattazione collettiva, si giustifica in linea storico- sociologica e quindi di razionalità pratica, per la corrispondenza di tale criterio allo strumento di misurazione della forza di un sindacato e, di riflesso, della sua rappresentatività tipicamente proprio dell’ordinamento sindacale” (cfr. C. Cost. n. 244/1996). Proprio un passo della sentenza da ultimo riportata viene –con forza- invocato da parte convenuta a sostegno della propria tesi, ovvero quel passo in cui il giudice costituzionale evidenzia l’insufficienza della mera sottoscrizione. Si sostiene da parte della resistente la necessità della sottoscrizione del contratto da parte della associazione sindacale al fine del riconoscimento dei diritti sindacali di cui al titolo III dello Statuto, sulla base del seguente assunto: occorre la necessaria sottoscrizione, come prevista dal dato testuale della norma ed in più –non essendo essa sufficiente- occorre che l’associazione sindacale non si sia limitata a sottoscrivere il contratto, ma abbia partecipato alle trattative per la stipula dello stesso. Si argomenta, quindi, evidentemente l’insufficienza di qualsivoglia altro elemento in assenza del dato formale della sottoscrizione. Ritiene questo giudice, invece, che il percorso argomentativo del giudice costituzionale avesse ed ha, invece, lo scopo (e in tal senso anche lo stralcio delle sentenze costituzionali innanzi riportate) di evidenziare che –al fine di godere dei diritti sindacali di cui al presente procedimento- l’associazione sindacale deve godere di rappresentatività effettiva e di effettiva azione sindacale nella unità aziendale (con la conseguenza che essa pertanto va esclusa nell’ipotesi in cui –invece- stando al mero tenore letterale della norma doveva esservi ricompresa di mera sottoscrizione da parte della associazione sindacale degli accordi, senza partecipazione alla regolamentazione normativa degli assetti). Se questo è lo scopo e la ratio della norma è evidente che la sottoscrizione degli accordi non è che un indice di rappresentatività del sindacato, indice che può essere anche insufficiente in caso di mancata partecipazione alle trattative. E’ evidente allora che ben può il giudice ritenere che la rappresentatività effettiva può essere desunta da indici differenti da quelli della mera sottoscrizione e dare della norma in esame una interpretazione costituzionalmente orientata. Del resto contraria alle logiche di sistema e alla funzione della norma stessa è l’interpretazione della norma stessa proposta da parte resistente atteso che essa consentirebbe, di fatto, al datore di sottrarsi alla concessione delle garanzie sindacali non stipulando alcun contratto o ancora di elidere dalla dialettica sindacale e dalla concessione dei diritti di cui al titolo III dello Statuto quelle associazioni sindacali che –benchè siano dotate di effettività nell’azione sindacale e abbiano partecipato alla dialettica delle parti contrattuali, sedendo al tavolo delle trattative- abbiano poi scelto, com’è nel caso di specie, di non sottoscrivere il contratto collettivo aziendale. Del resto, che l’art. 19 non possa essere letto nella sua mera portata letterale lo afferma anche parte resistente nella misura in cui – conformemente a quanto ritenuto ancora una volta dal giudice costituzionale- deduce che non può essere considerata utile ai fini del riconoscimento dei diritti di cui all’art. 19 L. 300/1970 la stipula di un contratto qualsiasi, essendo necessario la stipula di 10 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza contratti collettivi normativi, con la conseguente irrilevanza dei contratti cd. obbligatori, che pure contratti collettivi sono e che quindi dal punto di vista letterale dovrebbero rientrare nel disposto normativo di cui all’art. 19. Tanto premesso, evidenziato ancora una volta come la C. Costituzionale nei percorsi argomentativi delle sentenze citate sottolinei come ciò che deve rilevare ai fini dell’applicazione della norma in esame sia l’effettività dell’azione sindacale e la rappresentatività dello stesso, deve quindi ritenersi che il dato formale della sottoscrizione del contratto collettivo, come si è già innanzi affermato, non è che un mero indice sintomatico di tale effettività, con la conseguenza che una interpretazione della norma congruente con il sistema e tale non ingenerare aporie impone che essa sia interpretata nel senso che il dato materiale della sottoscrizione non è però necessario quando l’effettività dell’azione si manifesti in altro modo. Nel caso di specie, come peraltro, nella sostanza incontestato tra le parti, l’associazione sindacale ricorrente si è seduta al tavolo delle trattative (cfr. pagg. 11 et ss. della stessa memoria di costituzione della resistente), ha effettivamente partecipato alla dialettica prenegoziale, assumendo indi la posizione di netto rifiuto di addivenire alla stipula ed indi sottoscrivere il contratto collettivo. Afferma ancora parte resistente che – proprio in conseguenza di tale rifiuto- e pertanto della mancata sottoscrizione del contratto collettivo parte ricorrente avrebbe perso i diritti di cui al titolo III. In tale affermazione, ancora una volta, si palesa l’impossibilità di lettura della norma nel senso letterale proposto dalla resistente, atteso che di fatto l’art. 19 imporrebbe una coartazione della volontà della parte sindacale di addivenire alla stipula dovendo la stessa valutare, all’atto del rifiuto di addivenire all’accordo, il rischio di vedere la negazione dei diritti di cui al titolo III. E’ allora -se è vero che solo quei sindacati che dimostrino effettività dell’azione sindacale- possono godere dei diritti di cui al titolo III, è pur vero che detta effettività si può palesare anche nella partecipazione alla dialettica delle parti ai fini della stipula del contratto, pur nelle ipotesi in cui una delle associazioni sindacali che siede al tavolo delle trattative ritenga poi di non poter stipulare il contratto collettivo, non sottoscrivendolo. Ogni altra lettura della norma in esame è incoerente con il sistema e la ratio della stessa ed imporrebbe a questo giudicante di valutare la sottoposizione della questione alla Corte Costituzionale; la lettura dell’art. 19 dello Statuto offerta da parte resistente comporta una vera e propria mortificazione dei diritti sindacali, consentendo, in ipotesi, al datore di escludere dalla dialettica sindacale e dal godimento dei diritti di cui al titolo III tutte quelle associazioni sindacali che -benché dotate di effettività nell’azione sindacale- non addivengano alla stipula di contratti ritenuti iniqui, valorizzando e consentendo, invece, il godimento di suddetti diritti alle associazioni sindacali che abbiano sottoscritto l’accordo. Nel caso di specie, l’effettività della azione sindacale del sindacato ricorrente non può essere quindi posta in discussione, attesa non solo la partecipazione dello stesso alle trattative per la stipula del contratto collettivo nazionale, ma anche il numero di rappresentanti sindacali che detto sindacato aveva incontestatamente nell’unità produttiva di Caivano 4 su 6 e il numero di iscritti (circostanze queste pacifiche ed incontestate). Alla luce di quanto innanzi, si ritiene di interpretare l’art. 19 l. 300/1970 nel senso di garantire il diritto di costituzione di RSA ai sindacati che hanno dimostrato effettività nell’azione sindacale e quindi partecipato attivamente alla fase di formazione del contratto collettivo, pur senza giungere alla successiva fase di stipula e sottoscrizione. Il ricorso va, quindi, accolto nei termini di cui al dispositivo, rigettata la richiesta di pubblicazione su quotidiani non sorretta da adeguata motivazione e nemmeno necessaria agli scopi di tutela del presente provvedimento che ben possono essere raggiunti dalla affissione dello stesso nei locali aziendali in luogo accessibile a tutti per gg. 20. 2) Tribunale di Torino, sez. Lavoro, decreto 13 aprile 2012, (Est. Aprile) Non è praticabile se non avallando un’interpretazione contra legem l’attribuzione all’art. 19 st. lav. di una ratio che ne eluda o ne aggiri il chiarissimo disposto letterale, che, perdipiù, costituisce il primo criterio ermeneutico di ogni disposizione di legge (art. 12, co. 1, prel. c.c.), specie se unito a un intento del legislatore (ossia quello di cui al d.P.R. 312/95) scaturito da un pronunciamento referendario popolare. 3.1. La FIOM ha posto all’attenzione di questo Giudice un problema di non poco momento, considerati pure la difficile congiuntura e gli inediti scenari attualmente interessanti le relazioni industriali, e che desta (o dovrebbe destare, anche ai datori di lavoro) diffuse perplessità: pur dovendosi ribadire la non ravvisabilità nell’ordinamento giuslavoristico di un generale principio di parità di trattamento dei sindacati all’interno delle imprese, non può non prendersi atto di come numerosi lavoratori delle aziende del gruppo Fiat e Fiat Industrial iscritti all’o.s. ricorrente – che vanta senz’ombra di smentita una lunga tradizione di rappresentatività nel settore metalmeccanico – si trovino senza un’adeguata forma di rappresentanza “di prossimità” nel luogo di lavoro (elemento integrante la libertà sindacale garantita dall’art. 39, co. 1, Cost.) e, pertanto, senza un meccanismo che permetta loro di partecipare attivamente a una compiuta democrazia sindacale nell’unità produttiva di riferimento. Se ciò rischia di essere vero, quello che chiede la FIOM, tuttavia, non è di interpretare l’art. 19 st. lav., ma di riscriverlo; e questo non è consentito al Giudice, il quale – è bene ricordarlo – è soggetto soltanto alla legge (art. 101, co. 2, Cost.). In effetti (e la questione è tutta qui), l’art. 19 st. lav., dopo la ‘manipolazione’ seguita al referendum popolare dell’11/06/1995, riconosce il diritto di costituire RSA alle oo.ss. «che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva». La parola “firmatario”, senza ulteriore aggettivazione o dubbie sfumature semantiche, si riferisce esattamente a colui (non che può apporre, ma) che appone la propria firma su un documento e che, in tal modo, vi aderisce facendolo proprio. Anche a valorizzare nella sua massima espansione il principio di effettività dell’azione sindacale e della concreta partecipazione delle oo.ss. alle trattative contrattuali (principio enunciato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 244/96 e seguito dalla Corte di Cassazione, da ultimo, nella pronuncia n. 18260/10), non viene comunque meno il requisito (di certo non sufficiente né 11 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza decisivo, ma nondimeno necessario) della sottoscrizione dell’accordo collettivo; ne consegue che, ai fini della costituzione delle RSA (e del riconoscimento dei diritti e delle tutele di cui al titolo III st. lav., come ha cura di precisare Corte Cost. n. 244/96), le oo.ss. hanno l’onere di firmare, ossia di tenere ‘fermo’, il contratto collettivo. Anzi, a bene rifletterci (e nell’impossibilità di applicare la disciplina delle RSU), la tesi della rappresentatività tout court delle oo.ss. non firmatarie del contratto collettivo, ma che ne abbiano in concreto partecipato alle trattative, finirebbe paradossalmente proprio con l’urtare il principio di effettività patrocinato dalle Supreme Corti: se così fosse (se, cioè, venisse meno il criterio selettivo ex art. 19 st. lav.), il sindacato non stipulante resterebbe inevitabilmente escluso dall’attività fondamentale di rinnovazione del contratto, non potendo così rappresentare gli interessi primari dei lavoratori in occasione della delicata fase dellerivendicazioni retributive e normative. Non è pertanto praticabile (se non avallando, a parere di questo Giudice, un’interpretazione contra legem o, più eufemisticamente, ‘antiletterale’ o come altrimenti la si voglia qualificare) l’attribuzione all’art. 19 st. lav. di una ratio che ne eluda o ne aggiri il chiarissimo disposto letterale, che, perdipiù, costituisce il primo criterio ermeneutico di ogni disposizione di legge (art. 12, co. 1, prel. c.c.), specie se unito a un intento del legislatore (ossia quello di cui al d.P.R. 312/95) scaturito da un pronunciamento referendario popolare. D’altronde, neppure appaiono disponibili differenti percorsi interpretativi, non essendo condivisibile quello che fa leva sul termine «applicati» per estendere in forma, per così dire, diacronica la portata dell’art. 19 st. lav. ai sindacati firmatari dei contratti collettivi ‘storicamente’ avvicendatisi presso l’azienda datoriale: il tempo al presente del verbo «siano» fa sì che la parola «applicati» partecipi del complessivo orientamento temporale (il c.d. “presente legislativo”) della proposizione normativa. 3.2. D’altra parte, per fugare ogni eventuale sospetto di incostituzionalità della norma statutaria, basta richiamare i puntuali interventi operati ex professo dalla Corte Costituzionale nella già citata sentenza n. 244/96 (nonché nell’ordinanza n. 345/96), laddove hanno escluso (praticamente sotto ogni punto di vista) la ricorrenza del rischio del c.d. potere di accreditamento del datore di lavoro e l’incompatibilità dell’art. 19 st. lav. con gli artt. 2, 3 e 39 Cost. Si rinvia semplicemente al contenuto di tale giurisprudenza (analiticamente ripercorso dalle parti resistenti nelle loro comparse), nulla dovendosi aggiungere od osservare, se non soltanto sottolineare l’aspro e forte passaggio argomentativo, ma nondimeno persuasivo, per cui non assume carattere offensivo della libertà sindacale «l’incidenza che, sulle scelte del sindacato, può avere la considerazione dell’effetto legale, esterno al contenuto del regolamento negoziale, collegato dall’art. 19 alla sottoscrizione di un contratto collettivo applicato nell’unità produttiva, in considerazione del fatto che l’alternativa tra la firma di un contratto, ritenuto non rispondente agli interessi degli aderenti, con il vantaggio di acquisire i diritti e le prerogative di cui al tit. III dello statuto, ed il rifiuto di firmare un tale contratto, rinunciando a tali diritti, può condizionare in qualche misura il sindacato, non già viziandone la determinazione volitiva, bensì come fattore del calcolo costi-benefici che il sindacato medesimo, come ogni contraente, deve compiere per valutare la convenienza di stipulare o non il contratto a quelle condizioni; con riferimento all’art. 2 Cost., un sindacato, disposto a sottoscrivere un cattivo contratto per i suoi rappresentanti pur di ritagliarsi una porzione di potere in azienda, non lede alcun diritto inviolabile dei suoi iscritti, ma semplicemente non tutela, come dovrebbe, i loro interessi » (Corte cost., ord. n. 345/96). Ogni ulteriore riproposizione di simile questione (neppure ventilata, significativamente, dall’o.s. ricorrente nel proprio atto introduttivo del giudizio) determinerebbe la Corte a una declaratoria di manifesta infondatezza, quando non di inammissibilità. 3.3. Non appare altresì fondato l’argomento relativo alla presunta antinomia tra l’art. 8 l. 148/11 e l’art. 19 st. lav. (che, perciò, dovrebbe ritenersi implicitamente abrogato in parte qua): a tacere del fatto che pure l’art. 8 l. 148/11 impone in ogni caso la sottoscrizione del contratto collettivo (a livello aziendale o territoriale e nei limiti delle materie tassativamente indicate), si osserva che, da un lato, l’uso del termine disgiuntivo «ovvero» sembra recidere il dedotto nesso di dipendenza ‘organica’ tra le RSA e le oo.ss. comparativamente più rappresentative, e che, dall’altro, le rappresentanze sindacali cui essa norma si riferisce sono quelle «operanti in azienda ai sensi della normativa di legge», ossia, di nuovo, ai sensi dell’art. 19 st. lav. 4. Alla luce di tutte le superiori osservazioni – che sbarrano ogni accesso interpretativo dell’art. 19 st. lav. eccedente il suo disposto letterale e che dimostrano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il carattere squisitamente politico del problema oggetto della presente vertenza, da risolversi, se non in ambito intersindacale (ad es., attraverso la costituzione di RSA unitarie senza sigle e sulla sola iniziativa dei lavoratori) o in quello ‘effettivo’ dei rapporti di forza negoziale con la controparte imprenditoriale, almeno in sede legislativa (come già auspicato, con inavvertita lungimiranza, dalla Corte Costituzionale) – non restano che gli altri argomenti di cui si è avvalsa l’o.s. ricorrente, insufficienti però ai fini da essa auspicati; infatti: a) si ritiene che il ccnl 2008 non sia più applicabile, considerato inoltre che (a prescindere dall’art. 8 l. 148/11) le aziende resistenti lo hanno espressamente disdettato, sostituendolo con il nuovo contratto del 13/12/2011 e così paralizzando la pregressa clausola di ultrattività; b) a quest’ultimo proposito, se è vero che la disdetta doveva essere data con il preavviso di tre mesi prima della scadenza, è altrettanto vero che tale evenienza non era a pena di decadenza dalla facoltà stessa di recesso – questione tanto evidente che neppure l’o.s. ricorrente ha inteso spendere al riguardo troppe parole, anzi, nemmeno contestando l’efficacia o la legittimità della disdetta aziendale; c) d’altra parte, se il termine dell’efficacia ultrattiva del ccnl fosse davvero da individuarsi nel suo rinnovo tra le medesime parti, così come inteso dalla ricorrente, esso verrebbe rimesso a una pura e aleatoria eventualità (ossia al raggiungimento dell’accordo di rinnovo) che potrebbe essere vanificata e indefinitamente procrastinata, in ipotesi, da un atteggiamentopreordinatamente e scientemente ostruttivo del sindacato; d) gli accordi relativi al Fondo Cometa, al Fasifiat, al C.A.E. e al Fondimpresa (quest’ultimo non sottoscritto da FIOM) non assurgono a contratti collettivi rilevanti ai sensi dell’art. 19 st. lav., poiché deve trattarsi «di un contratto normativo che regoli in modo organico i rapporti di lavoro» (Corte Cost. n. 244/96 cit.), mentre essi assumono carattere meramente obbligatorio e, 12 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza soprattutto, riguardano istituti (come la formazione continua o l’assistenza sanitaria e la previdenza integrativa, peraltro a base volontaria del singolo lavoratore) non immediatamente attinenti a rapporti lavoro e rimessi, dal punto di vista operativo, alla separata gestione da parte di un fondo autonomo costituito ad hoc a base associativa; e) non si tratta neppure di accordi gestionali per le crisi aziendali, nel senso indicato dalla Suprema Corte (cfr. Cass. n. 19271/04): né, in questo senso, può proficuamente utilizzarsi il prodotto verbale del 23/03/2012 per la procedura di CIGS attivata presso lo stabilimento “Mirafiori Plant”, in cui le parti, semplicemente, davano reciproco atto di avere positivamente esperito la procedura di consultazione ex lege 223/91; f) infine, il richiamo all’abuso del diritto – su cui si è ampiamente diffusa la dotta e argomentata sentenza n. 2583/11 del Tribunale di Torino – appare qui inconferente in relazione al petitum dei presenti ricorsi: sia perché la FIOM non ha impugnato il contratto collettivo del 13/12/2011 (come invece aveva fatto in relazione al contratto ritagliato sul “modello Pomigliano”), sia perché, come si è visto, la pretesa dell’o.s. ricorrente di nominare le proprie RSA e di ottenere i permessi sindacali si fonda esclusivamente sull’operatività dell’art. 19 st. lav., la cui applicazione (per le ragioni sopraillustrate) sarebbe comunque preclusa. 5. I ricorsi vanno dunque disattesi. 3) Tribunale di Torino, sez. Lavoro, ordinanza 12 dicembre 2012, (Est. Pastore) È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 19 lettera b) della legge n. 300 del 1970, per contrasto con gli articoli 3 e 39 della Costituzione, nella parte in cui, consentendo la costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali alle sole associazioni firmatarie di un contratto collettivo applicato nell’unità produttiva, adotta un unico criterio che prescinde dalla misurazione dell’effettiva rappresentatività delle associazioni e dall’accesso e partecipazione al negoziato. L’art. 19 della legge n. 300 del 1970, nella formulazione successiva al referendum del 1995, prevede che “Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito:…. b) delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva”. Sulla base del chiaro disposto della norma, deve escludersi che, pur in assenza di un contratto collettivo di lavoro applicato nelle unità produttive delle resistenti sottoscritto dalla organizzazione ricorrente, i diritti rivendicati nel presente giudizio possano essere riconosciuti a quest’ultima – come richiesto in ricorso – attraverso un’interpretazione “coerente”, “sistematica”, “teleologica” o “storico-evolutiva”, e quindi costituzionalmente orientata, dell’art. 19 dello Statuto, assegnando al termine “firmatario” in essa utilizzato anche il significato (estraneo al dato letterale) di “partecipanti alla contrattazione sindacale”, al fine di riconoscere le prerogative di cui al titolo III della l. 300/70 anche alle organizzazioni che, come la FIOM, abbiano attivamente partecipato alla fase delle trattative contrattuali ma che non abbiano poi apposto la sottoscrizione in calce al testo finale. La formulazione letterale della norma è stata stravolta dalla consultazione referendaria del 1995, che ha abrogato l’art. 19 nella parte in cui [lett. a)] prevedeva che, in alternativa al requisito di cui alla lettera b), le r.s.a. potessero essere costituite anche dalle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale e ne ha modificato la lettera b) ttraverso l’eliminazione del riferimento al carattere nazionale o provinciale della contrattazione ottoscritta dall’associazione sindacale. L’intervento referendario ha eliminato la presunzione di maggiore rappresentatività derivante dall’adesione del sindacato alle associazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale ed ha mantenuto quale unico indice presuntivo di maggiore rappresentatività la sottoscrizione di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva. Questa ineludibile premessa rende impraticabile l’opzione interpretativa suggerita dalla parte ricorrente, come efficacemente argomentato dal primo giudice: “quello che chiede la FIOM…non è di interpretare l’art. 19 st. lav., ma di riscriverlo; e questo non è consentito al Giudice, il quale – è bene ricordarlo – è soggetto soltanto alla legge (art. 101, co. 2, Cost.). In effetti (e la questione è tutta qui), l’art. 19 st. lav., dopo la ‘manipolazione’ seguita al referendum popolare dell’11/06/1995 riconosce il diritto di costituire RSA alle oo.ss. «che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva». La parola “firmatario”, senza ulteriore aggettivazione o dubbie sfumature semantiche, si riferisce esattamente a colui (non che può apporre, ma) che appone la propria firma su un documento e che, in tal modo, vi aderisce facendolo proprio”. Neppure appare praticabile il differente percorso interpretativo, suggerito dalla o.s. ricorrente, che fa leva sul termine “applicati” per estendere la portata dell’art. 19 ai sindacati firmatari dei diversi contratti collettivi storicamente avvicendatisi in azienda seppur non più vigenti, perché, come correttamente osservato dal primo giudice, il tempo al presente del verbo << siano>> fa sì che il participio <> condivida “lo stesso orientamento temporale della proposizione ormativa”. Non è quindi possibile operare una diversa lettura della norma che, in armonia con i principi costituzionali, consenta di riconoscere al sindacato ricorrente le prerogative di cui al titolo III dello Statuto. Passando ad esaminare il profilo della non manifesta infondatezza della questione, occorre premettere che può dirsi pacifico in causa che la FIOM sia uno dei sindacati maggiormente rappresentativi nel settore in cui operano le società convenute, sia in ambito territoriale che endoaziendale […] Si tratta tuttavia di dati che ai fini della decisione devono essere completamente obliterati, perché l’art. 19 attualmente vigente, nell’individuare i sindacati legittimati a costituire le r.s.a e quindi beneficiari delle prerogative di cui al titolo III dello Statuto, indica quale requisito la sola sottoscrizione del contratto applicato in azienda, adottando quindi un criterio che potrebbe in concreto prescindere dalla misura del consenso dei rappresentati e dall’effettiva capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro come controparte contrattuale. 13 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza E’ vero che il requisito di cui alla lett. b) dell’art. 19 è già più volte passato indenne al vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha escluso la ricorrenza del rischio del cd. potere di accreditamento del datore di lavoro ed ha affermato la compatibilità del sistema della r.s.a, come delineato da tale norma a seguito del referendum, con gli artt. 2, 3, 39 Cost.. Occorre però interrogarsi se le conclusioni cui è pervenuta la Corte possano esser oggi tenute ferme o debbano esser rimeditate alla luce del nuovo assetto delle relazioni industriali, caratterizzato dalla rottura dell’unità d’azione delle oo.ss. maggiormente rappresentative, dalla conclusione di accordi collettivi separati e, con particolare riferimento alle aziende convenute, dalla stipula di accordi sindacali di primo livello e dalla conseguente costruzione da parte di FIAT di quello che è stato definito un sistema contrattuale autonomo e autosufficiente, integralmente sostitutivo rispetto a quello fondato sul contratto collettivo nazionale dell’industria metalmeccanica. Il dubbio si pone, in primo luogo, perché è stata la stessa Corte Costituzionale a segnalare l’esigenza che il criterio selettivo legale coincida con la capacità effettiva del sindacato di imporsi al datore di lavoro come controparte contrattuale, e ad adottare, a tal fine, un’interpretazione “rigorosa” dell’art. 19 che ne supera il dato letterale […] Di fatto, il Giudice delle Leggi, scrutinando la ragionevolezza dell’unico indice legale di rappresentatività rimasto dopo l’intervento referendario, ha valorizzato due elementi ulteriori rispetto alla mera sottoscrizione del contratto collettivo applicato nell’unità produttiva – e cioè la partecipazione attiva al negoziato e la natura normativa del contratto sottoscritto – elementi evidentemente indicativi, secondo la Corte, di un’effettiva capacità di rappresentanza degli interessi dei lavoratori coinvolti, negando al contempo ogni rilevanza alla mera adesione a un contratto negoziato da altri e alla stipula di un contratto non disciplinante in modo organico i rapporti di lavoro. […] Le argomentazioni dianzi esposte consentono di dubitare della perdurante conformità alla Costituzione del dettato normativo in esame. La Corte ha infatti legato strettamente la sua valutazione di legittimità dell’articolo 19 St.Lav. alle condizioni storicosociologiche sussistenti al momento della sua decisione: mutate tali condizioni, avuto riguardo sia al profilo delle relazioni industriali sia al sistema normativo in cui esse si svolgono, sembra esser venuto meno il presupposto che, “in linea storicosociologica e quindi di razionalità pratica”, secondo la Corte giustificava la ragionevolezza del sistema delineato dall’art. 19 lett. b), e cioè la corrispondenza dell’unico criterio normativo “allo strumento di misurazione della forza di un sindacato e, di riflesso, della sua rappresentatività”. L’essenza del dubbio di costituzionalità che grava oggi sull’articolo 19 St. Lav. risiede proprio in questo, e cioè nell’impossibilità di qualificare ancora la sottoscrizione del contratto collettivo come “indice giuridicamente rilevante di rappresentatività effettiva “ e di “strumento di misurazione della forza di un sindacato”, in un sistema diverso da quello all’epoca posto all’attenzione della Corte, nel quale si dava per presupposta l’unitarietà di azione dei sindacati maggiormente rappresentativi e la congiunta sottoscrizione dei contratti collettivi di lavoro e nel cui ambito l’applicazione del criterio selettivo prescritto dalla lett. b) poteva al più condurre all’esclusione di sindacati autonomi minoritari. […] Potrebbe quindi ora apparire irragionevole, ex art. 3 Cost, l’indicazione di un unico requisito, quale la firma del contratto collettivo applicato nell’unità produttiva, quando la sua concreta applicazione finisca per escludere dalle prerogative di cui al titolo III dello Statuto uno dei sindacati maggiormente rappresentativi in azienda, ammesso alle trattative, effettivo partecipe delle stesse, che però non ha ritenuto di sottoscrivere il contratto nel pieno esercizio della propria autonomia negoziale e della propria libertà sindacale, ritenendolo non idoneo a soddisfare gli interessi dei lavoratori da esso rappresentati. […] La questione appare anche non manifestamente infondata, sempre con riferimento all’art. 3 Cost., in quanto l’applicazione dell’articolo 19 attualmente conduce ad una irragionevole difformità di trattamento tra associazioni sindacali dotate tutte di pari capacità rappresentativa, e tutte partecipanti nella stessa misura alle trattative volte alla stipula del contratto collettivo, e che tuttavia non godono all’interno dell’azienda delle stesse prerogative a tutela degli interessi dei lavoratori da esse rappresentati solo in ragione del dissenso espresso avverso la stipula di contratti aziendali, […] La questione oggi si pone tuttavia in termini opposti rispetto a quelli già prospettati, perché alla luce del mutato contesto delle relazioni sindacali, l’art. 19, nella sua concreta ed attuale applicazione, più che impedire una eccessiva estensione dei beneficiari delle tutele può di fatto escludere dalla rappresentanza aziendale sindacati confederali di sicura rappresentatività e genuinità, che pure hanno attivamente partecipato alle trattative, e ciò solo in conseguenza del dissenso da essi espresso nei confronti di uno specifico contratto collettivo. […] Le considerazioni finora svolte portano a ritenere rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 19 lettera b) della legge n. 300 del 1970, per contrasto con gli articoli 3 e 39 della Costituzione, nella parte in cui, consentendo la costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali alle sole associazioni firmatarie di un contratto collettivo applicato nell’unità produttiva, adotta un unico criterio che prescinde dalla misurazione dell’effettiva rappresentatività delle associazioni e dall’accesso e partecipazione al negoziato. Art. 19 e problemi di legittimità costituzionale: il percorso della Corte costituzionale 1) Corte cost., 26 gennaio 1990 n. 30 È infondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale degli art. 19, 17 e 23 l. 20 maggio 1970 n. 300, interpretati nel senso di precludere a rappresentanze di sindacati diversi da quelli indicati dall’art. 19 il riconoscimento dei diritti sindacali specificati nel titolo III della legge tramite accordi aziendali, in riferimento agli art. 3 e 39 cost. 4.-La protezione accordata dallo Statuto dei diritti dei lavoratori alle organizzazioni sindacali si articola su due livelli. Ad un primo livello, comune a tutte, viene assicurata la libertà di associazione e di azione sindacale, che comprende altre importanti 14 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza garanzie, quali la tutela contro atti discriminatori, anche sotto forma di trattamenti economici collettivi, la libertà di proselitismo e collettaggio (artt. 15, 16, 26), l’accesso ad altri importanti diritti di esercizio collettivo, come quelli sanciti dagli artt. 9 e 11. A garanzia del libero sviluppo di una normale dialettica sindacale stanno poi il divieto di sindacati di comodo (art. 17) e la tutela -per le organizzazioni a dimensione nazionale-contro la condotta antisindacale del datore di lavoro (art. 28). Il secondo livello esprime la politica promozionale perseguita dal legislatore al precipuo fine di favorire l’ordinato svolgimento del conflitto sociale, e comporta una selezione dei soggetti collettivi protetti fondata sul principio della loro effettiva rappresentatività. Ad essi sono attribuiti diritti ulteriori idonei a sostenerne l’azione, come quelli di tenere assemblee, disporre di locali, fruire di permessi retribuiti (artt. 20, 23, 27) ecc. Il principale criterio selettivo adottato al riguardo è quello della a livello pluricategoriale (art. 19, lett. a)), finalizzato a favorire un processo di aggregazione e coordinamento degli interessi dei vari gruppi professionali, di sintesi delle varie istanze rivendicative e di raccordo con le esigenze dei lavoratori non occupati. Ma accanto ad esso la tutela rafforzata è stata conferita (lett. b)) anche al sindacalismo autonomo, semprechè esso si dimostri capace di esprimere – attraverso la firma di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva-un grado di rappresentatività idoneo a tradursi in effettivo potere contrattuale a livello extra-aziendale (cfr. sent. n. 334 del 1988). La posizione di vantaggio che il giudice a quo vorrebbe riconosciuta alle organizzazioni sindacali non rientranti nelle predette categorie, che ottengono permessi sindacali (o altre misure di sostegno) per patto con l’imprenditore costituirebbe, precisamente, una deroga a quanto disposto nella lett. b) dell’art. 19. Si tratta perciò di vedere se il criterio selettivo espresso in tale disposizione sia da considerare, nel sistema dello Statuto, come criterio inderogabile, ed in caso positivo se tale inderogabilità sia o meno conforme a Costituzione. Ad entrambi tali quesiti va data risposta positiva: e perciò la questione deve ritenersi non fondata. 5.-La differenza tra i due suaccennati livelli di tutela che il giudice a quo vorrebbe colmabile attraverso pattuizioni con l’imprenditore consiste, come si è detto, nel diverso e più elevato grado di effettiva rappresentatività che le organizzazioni ammesse alla tutela rafforzata di cui al titolo III dello Statuto devono dimostrare di possedere. Al di fuori della rappresentatività generale presupposta nella lett. a), la lett. b) dell’art. 19 appresta un congegno di verifica empirica della rappresentatività nel singolo contesto produttivo, misurandola sull’efficienza contrattuale dimostrata almeno a livello locale, attraverso la partecipazione al la negoziazione ed alla stipula di contratti collettivi provinciali. Nel fissare a tale livello -extra-aziendale-la soglia minima della rappresentatività, il legislatore ha tra l’altro inteso evitare, o quanto meno contenere, i pregiudizi che alla libertà ed autonomia della dialettica sindacale, all’eguaglianza tra le varie organizzazioni ed all’autenticità del pluralismo sindacale possono derivare dal potere di accreditamento della controparte imprenditoriale. Rispetto a tali pericoli, l’accesso pattizio alle misure di sostegno non offre alcuna garanzia oggettivamente verificabile, in quanto è strutturalmente legato al solo potere di accreditamento dell’imprenditore. Il patto, infatti, non presuppone di per sè alcuna soglia minima di rappresentatività dell’organizzazione che ne sia beneficiaria, pur al livello meramente aziendale, sicchè può avvantaggiare sindacati di scarsa consistenza e correlativa mente alterare la parità di trattamento rispetto ad organizzazioni dotate di rappresentatività anche maggiore presenti in azienda. Pur al di fuori dell’ipotesi di sostegno al sindacato (art. 17), sarebbe in tal modo consentito all’imprenditore di influire sulla libera dialettica sindacale in azienda, favorendo quelle organizzazioni che perseguono una politica rivendicativa a lui meno sgradita. Questa Corte, d’altra parte, ha già ripetutamente sottolineato (sentt. nn. 54 del 1974 e 334 del 1988) la razionalità di una scelta legislativa caratterizzata dal ricorso a tecniche incentivanti idonee ad impedire un’eccessiva dispersione e frammentazione dell’azione dell’autotutela ed a favorire una sintesi degli interessi non circoscritta alle logiche particolaristiche di piccoli gruppi di lavoratori. É palese che la possibilità di estensione pattizia delle misure di sostegno si porrebbe in contraddizione con tale logica: sia perchè favorirebbe processi di frammentazione della rappresentanza potenzialmente pregiudizievoli alla stessa efficacia dell’azione sindacale; sia perchè rafforzerebbe il potere di pressione di cui ristretti gruppi professionali fruiscono in ragione della loro particolare collocazione nel processo produttivo e potrebbe più in generale incentivare quella segmentazione esasperata dell’azione sindacale che la Corte, nelle citate sentenze, ha ritenuto contraria agli interessi generali e specificamente a quelli dei lavoratori. Il divieto delle pattuizioni in discorso è perciò coerente non solo alla logica ispiratrice dell’art. 19, ma anche ai motivi in base ai quali la Corte ha ritenuto tale disposizione conforme ai principi costituzionali qui invocati. 6. – Le ragioni che spinsero il legislatore del 1970 a scoraggiare la proliferazione di microorganizzazioni sindacali ed a favorire, secondo un’ottica solidaristica, la rappresentazione di interessi non confinati nell’ambito delle singole imprese o di gruppi ristretti sono tuttora in larga misura valide. La Corte è tuttavia ben consapevole che, anche a causa delle incisive trasformazioni verificatesi nel sistema produttivo, si è prodotta in anni recenti una forte divaricazione e diversificazione degli interessi, fonte di più accentuata conflittualità; e che anche in ragione di ciò- nonchè delle complesse problematiche che il movimento sindacale si è perciò trovato a dover affrontare-è andata progressivamente attenuandosi l’idoneità del modello disegnato nell’art. 19 a rispecchiare l’effettività della rappresentatività. Prendere atto di ciò non significa, però ritenere che l’idoneo correttivo al logoramento di quel modello consista nell’espansione, attraverso lo strumento negoziale, del potere di accreditamento della controparte imprenditoriale, che per quanto si è detto può non offrire garanzie di espressione della rappresentatività reale. Si tratta, invece, di dettare nuove regole idonee ad inverare, nella mutata situazione, i principi di libertà e di pluralismo sindacale additati dal primo comma dell’art. 39 Cost.; prevedendo, da un lato, strumenti di verifica dell’effettiva rappresentatività delle associazioni, ivi comprese quelle di cui all’art. 19 dello Statuto; dall’altro la possibilità che le misure di sostegno -pur senza obliterare le già evidenziate esigenze solidaristiche-siano attribuite 15 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza anche ad associazioni estranee a quelle richiamate in tale norma, che attraverso una concreta, genuina ed incisiva azione sindacale pervengano a significativi livelli di reale consenso. Non spetta a questa Corte individuare gli indici di rappresentatività, i modi di verifica del consenso, l’ambito in cui questa deve essere effettuata, i criteri di proporzionalità della rappresentanza e gli strumenti di salvaguardia degli obiettivi solidaristici ed equalitari propri del sindacato; ma essa non può mancare di segnalare che l’apprestamento di tali nuove regole-ispirate alla valorizzazione dell’effettivo consenso come metro di democrazia anche nell’ambito dei rapporti tra lavoratori e sindacato -è ormai necessario per garantire una più piena attuazione, in materia, dei principi costituzionali. 2) Corte cost., 12 luglio 1996 n. 244 È infondata la q.l.c. dell’art. 19 l. 20 maggio 1970 n. 300, nel testo risultante dall’abrogazione parziale disposta dal d.P.R. 28 luglio 1995 n. 312, in riferimento agli art. 3 e 39 cost. 3.1.– Nel merito la questione non è fondata. I giudici rimettenti muovono da due premesse interpretative che non possono essere condivise: a) l’art. 19 priverebbe il sindacato dell'”autonomia del proprio riconoscimento”, assoggettandolo a un potere di accreditamento del datore di lavoro; b) l’art. 19 conserverebbe tuttavia la funzione di referente generale per la definizione, anche ai livelli extra-aziendali, della nozione di maggiore rappresentatività. Asse portante dell’interpretazione sub a) è la sentenza n. 30 del 1990 di questa Corte, che ha ritenuto non consona alla garanzia costituzionale dell’autonomia sindacale l’ipotesi di “espansione, attraverso lo strumento negoziale, del potere di accreditamento della controparte imprenditoriale”. Questo concetto, estrapolato dalla motivazione, viene impropriamente applicato all’art. 19 per sostenere che il riconoscimento di rappresentatività del sindacato, nel cui ambito è stata costituita una rappresentanza sindacale aziendale, sarebbe rimesso all’accreditamento discrezionale dell’imprenditore. In senso proprio il concetto di “potere di accreditamento” designa il caso in cui il datore di lavoro, nullo iure cogente, concede pattiziamente una o più agevolazioni previste dal titolo III della legge n. 300 del 1970 alla rappresentanza aziendale di una associazione sindacale priva dei requisiti legali per averne diritto. E’ appunto il caso oggetto del giudizio che ha dato luogo alla citata sentenza (interpretativa di rigetto), la quale, in adesione alla giurisprudenza della Corte di cassazione, ha reputato inderogabili detti requisiti. La sentenza non mette in discussione l’idoneità della contrattazione collettiva quale criterio di accertamento della rappresentatività dei sindacati stipulanti, ma, tutt’al contrario, esclude che, per concessione del datore di lavoro, possano accedere ai benefici del titolo III associazioni sindacali, prive di rappresentatività presuntiva ai sensi della lettera a) dell’art. 19 (ora abrogata), le quali non siano qualificate, ai sensi della lettera b), dalla partecipazione alla contrattazione collettiva vigente in azienda. Secondo l’art. 19, pur nella versione risultante dalla prova referendaria, la rappresentatività del sindacato non deriva da un riconoscimento del datore di lavoro, espresso in forma pattizia, ma è una qualità giuridica attribuita dalla legge alle associazioni sindacali che abbiano stipulato contratti collettivi (nazionali, locali o aziendali) applicati nell’unità produttiva. L’esigenza di oggettività del criterio legale di selezione comporta un’interpretazione rigorosa della fattispecie dell’art. 19, tale da far coincidere il criterio con la capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro, direttamente o attraverso la sua associazione, come controparte contrattuale. Non è perciò sufficiente la mera adesione formale a un contratto negoziato da altri sindacati, ma occorre una partecipazione attiva al processo di formazione del contratto; nemmeno è sufficiente la stipulazione di un contratto qualsiasi, ma deve trattarsi di un contratto normativo che regoli in modo organico i rapporti di lavoro, almeno per un settore o un istituto importante della loro disciplina, anche in via integrativa, a livello aziendale, di un contratto nazionale o provinciale già applicato nella stessa unità produttiva. L’art. 19 “valorizza l’effettività dell’azione sindacale, desumibile dalla partecipazione alla formazione della normativa contrattuale collettiva” (sentenza n. 492 del 1995) quale indicatore di rappresentatività già apprezzato dalla sentenza n. 54 del 1974 come “non attribuibile arbitrariamente o artificialmente, ma sempre direttamente conseguibile e realizzabile da ogni associazione sindacale in base a propri atti concreti e oggettivamente accertabili dal giudice”. Respinto dalla volontà popolare il principio della rappresentatività presunta sotteso all’abrogata lettera a), l’avere tenuto fermo, come unico indice giuridicamente rilevante di rappresentatività effettiva, il criterio della lettera b), esteso però all’intera gamma della contrattazione collettiva, si giustifica, in linea storico-sociologica e quindi di razionalità pratica, per la corrispondenza di tale criterio allo strumento di misurazione della forza di un sindacato, e di riflesso della sua rappresentatività, tipicamente proprio dell’ordinamento sindacale. 3.2.– Così interpretata, in conformità della sua ratio, la norma impugnata non contrasta con nessuno dei parametri costituzionali richiamati. Non viola l’art. 39 Cost. perché le norme di sostegno dell’azione sindacale nelle unità produttive, in quanto sopravanzano la garanzia costituzionale della libertà sindacale, ben possono essere riservate a certi sindacati identificati mediante criteri scelti discrezionalmente nei limiti della razionalità; non viola l’art. 3 Cost. perché, una volta riconosciuto il potere discrezionale del legislatore di selezionare i beneficiari di quelle norme, le associazioni sindacali rappresentate nelle aziende vengono differenziate in base a (ragionevoli) criteri prestabiliti dalla legge, di guisa che la possibilità di dimostrare la propria rappresentatività per altre vie diventa irrilevante ai fini del principio di eguaglianza. Del resto, si tratta di una possibilità astratta, non concretabile se non con un intervento legislativo. Escluso, perché condannato dal responso referendario, l’indicatore presuntivo collegato all’affiliazione a una confederazione maggiormente rappresentativa sul piano nazionale, in alternativa a quello adottato dall’art. 19 sono proponibili o l’indicatore previsto dall’art. 39, quarto comma, Cost., collegato al numero degli iscritti al sindacato, oppure l’indicatore collegato al numero di voti ottenuti in elezioni a suffragio universale indette nelle unità produttive: il primo non è certo agibile mediante semplice autocertificazione del sindacato 16 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza interessato (la difficoltà di organizzare una sorta di anagrafe sindacale è una delle ragioni che hanno ostacolato l’attuazione della seconda parte dell’art. 39 Cost.); il secondo presuppone l’introduzione di una normativa che preveda elezioni aperte a tutti i sindacati (senza i limiti previsti dall’accordo interconfederale 20 dicembre 1993 sulla costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie), e inoltre fissi una soglia di voti il cui superamento conferisce al sindacato la qualità rappresentativa. 4.– L’interpretazione sopra riferita sub b), essa pure mirante a screditare la razionalità della legge, è palesemente inattendibile. Caduta la lettera a) dell’art. 19, il concetto di “maggiore rappresentatività” ha perduto la rilevanza di fonte di rappresentatività presunta ai fini endoaziendali. Né è possibile trasferire alla norma residua (ex lettera b), tanto meno dopo l’allargamento alla contrattazione aziendale, la funzione di modello di riferimento per la determinazione del concetto a fini extra-aziendali: le associazioni sindacali maggiormente rappresentative sono qualificate essenzialmente, oltre che dall’effettività dell’azione sindacale, dalla loro articolazione a livello nazionale e dai caratteri di intercategorialità e pluricategorialità. Il criterio selettivo stabilito dall’art. 19 vale esclusivamente per l’individuazione dei sindacati le cui rappresentanze nelle unità produttive sono destinatarie dei diritti e delle tutele previsti nel titolo III della legge n. 300 del 1970: era questo l’obiettivo del referendum approvato dal corpo elettorale e in esso si esauriscono gli effetti della modificazione apportata alla legge. Agli effetti delle norme che, ai livelli sovra-aziendali, attribuiscono alle associazioni sindacali più rappresentative la legittimazione a stipulare determinati contratti collettivi (per es. artt. 1, comma 1, 2, comma 1, 3, comma 3, del d.l. 30 ottobre 1984, n. 726, convertito in legge 19 dicembre 1984, n. 863; art. 23 della legge 28 febbraio 1987, n. 56; art. 8 del d.P.R. 23 agosto 1988, n. 395; artt. 45 e 46 del d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29) oppure diritti di informazione o di consultazione (per es. art. 5 della legge 20 maggio 1975, n. 164; art. 47 della legge 29 dicembre 1990, n. 428; artt. 1, comma 2, 4, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223), la nozione di maggiore rappresentatività si definisce autonomamente dall’art. 19, in base alle singole disposizioni che la utilizzano e alla stregua dei requisiti di fondo, testé rammentati, messi in evidenza dall’analisi giurisprudenziale. 3) Corte cost., 23 luglio 2013 n. 231 Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 19 comma 1 lett. b) l. n. 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori), nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda. 6.– Nel merito, le questioni sono fondate. 6.1.– L’articolo 19, primo comma, lettera b), dello Statuto dei lavoratori è stato ripetutamente sottoposto all’esame di questa Corte. Le prime pronunce hanno riguardato la versione originaria di detto articolo, anteriore al referendum del 1995, ossia quella per la quale «Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito: a) delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale; b) delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette confederazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva». I dubbi di legittimità costituzionale investivano, in quel contesto, la mancata attribuzione ad ogni associazione sindacale esistente nel luogo di lavoro della possibilità di costituire rappresentanze sindacali aziendali. Nell’affermare la razionalità del disegno statutario, con i due livelli di protezione accordata alle organizzazioni sindacali (libertà di associazione, da un lato, e selezione dei soggetti collettivi fondata sul principio della loro effettiva rappresentatività, dall’altro), la Corte si è soffermata anche sul criterio della “maggiore rappresentatività”, che pur conducendo a privilegiare le confederazioni “storiche”, non precludeva rappresentanze aziendali nell’ambito delle associazioni sindacali non affiliate alle confederazioni maggiormente rappresentative, purché si dimostrassero capaci di esprimere, attraverso la firma di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva, un grado di rappresentatività idoneo a tradursi in effettivo potere contrattuale a livello extra-aziendale (sentenze n. 334 del 1988 e n. 54 del 1974). 6.2.– A partire dalla seconda metà degli anni ottanta si è sviluppato, però, un dibattito critico in vista di una esigenza di revisione del meccanismo selettivo della “maggiore rappresentatività” previsto ai fini della costituzione delle rappresentanze nei luoghi di lavoro. Ed è stata proprio questa Corte a segnalare, con un monito al legislatore, l’ormai ineludibile esigenza di elaborare nuove regole che conducessero a un ampliamento della cerchia dei soggetti chiamati ad avere accesso al sostegno privilegiato offerto dal Titolo III dello Statuto dei lavoratori, oltre ai sindacati maggiormente rappresentativi (sentenza n. 30 del 1990). L’invito al legislatore è stato ribadito nella sentenza n. 1 del 1994, che ha dato ingresso ai due quesiti referendari che in quell’occasione la Corte era chiamata ad esaminare: il primo, “massimalista”, volto ad ottenere «l’abrogazione di tutti i criteri di maggiore rappresentatività adottati dall’art. 19, nelle lettere a e b», e il secondo, “minimalista”, mirante all’abrogazione dell’indice presuntivo di rappresentatività previsto dalla lettera a) e all’abbassamento al livello aziendale della soglia minima di verifica della rappresentatività effettiva prevista dalla lettera b). In quella decisione, nella consapevolezza dei profili di criticità che avrebbero potuto annidarsi nel testo risultante dall’eventuale conformazione referendaria, nuovamente, questa Corte sottolineò che, comunque «il legislatore potrà intervenire dettando una disciplina sostanzialmente diversa da quella abrogata, improntata a modelli di rappresentatività sindacale compatibili con le norme costituzionali e in pari tempo consoni alle trasformazioni sopravvenute nel sistema produttivo e alle nuove spinte aggregative degli interessi collettivi dei lavoratori». 17 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza 6.3.– Come è noto, in occasione del referendum indetto con decreto del Presidente della Repubblica 5 aprile 1995 e tenutosi l’11 giugno 1995, ottenne il quorum solo “il quesito minimalista”, dando luogo all’attuale art. 19, che attribuisce il potere di costituire rappresentanze aziendali alle sole associazioni sindacali firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva di qualunque livello essi siano, dunque anche di livello aziendale. Nel commentare la normativa “di risulta”, non si mancò di sottolineare come questa – pur coerente con la ratio referendaria di allargare il più possibile le maglie dell’agere sindacale anche a soggetti nuovi che fossero realmente presenti ed attivi nel panorama sindacale – rischiasse, però, nella sua accezione letterale, di prestare il fianco ad una applicazione sbilanciata: per un verso, in eccesso, ove l’espressione «associazioni firmatarie» fosse intesa nel senso della sufficienza di una sottoscrizione, anche meramente adesiva, del contratto a fondare la titolarità dei diritti sindacali in azienda (con virtuale apertura a sindacati di comodo); e, per altro verso, in difetto, ove interpretata, quella espressione, come ostativa al riconoscimento dei diritti in questione nei confronti delle associazioni che, pur connotate da una azione sindacale sorretta da ampio consenso dei lavoratori, avessero ritenuto di non sottoscrivere il contratto applicato in azienda. E ciò con il risultato, nell’un caso e nell’altro, di una alterazione assiologica e funzionale della norma stessa, quanto al profilo del collegamento, non certamente rescisso dall’intervento referendario, tra titolarità dei diritti sindacali ed effettiva rappresentatività del soggetto che ne pretende l’attribuzione. 6.4.– Le pronunzie di questa Corte, nel quinquennio successivo al referendum – sentenza n. 244 del 1996, ordinanze n. 345 del 1996, n. 148 del 1997 e n. 76 del 1998 – hanno fornito indicazioni, per quanto in concreto sottoposto al suo esame, solo con riguardo al primo dei due sottolineati punti critici. E, per questo aspetto, l’art. 19, «pur nella versione risultante dalla prova referendaria», ha superato il vaglio di costituzionalità sulla base di una esegesi costituzionalmente orientata, che ha condotto ad una sentenza interpretativa di rigetto. In virtù della quale, dalla premessa che «la rappresentatività del sindacato non deriva da un riconoscimento del datore di lavoro espresso in forma pattizia», bensì dalla «capacità del sindacato di imporsi al datore di lavoro come controparte contrattuale», la Corte ha inferito che «Non è perciò sufficiente la mera adesione formale a un contratto negoziato da altri sindacati, ma occorre una partecipazione attiva al processo di formazione del contratto», e che «nemmeno è sufficiente la stipulazione di un contratto qualsiasi, ma deve trattarsi di un contratto normativo che regoli in modo organico i rapporti di lavoro, almeno per un settore o un istituto importante della loro disciplina, anche in via integrativa, a livello aziendale di un contratto nazionale o provinciale già applicato nella stessa unità produttiva» (sentenza n. 244 del 1996). In questi termini, la Corte ha ritenuto che l’indice selettivo di cui alla lettera b), del primo comma, dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori «si giustifica, in linea storico-sociologica e quindi di razionalità pratica, per la corrispondenza di tale criterio allo strumento di misurazione della forza di un sindacato, e, di riflesso, della sua rappresentatività, tipicamente proprio dell’ordinamento sindacale». 6.5.– Nell’attuale mutato scenario delle relazioni sindacali e delle strategie imprenditoriali, quale diffusamente descritto ed analizzato dai giudici a quibus, l’altro (speculare) profilo di contraddizione (per sbilanciamento in difetto) – teoricamente, per quanto detto, già presente nel sistema della lettera b) del primo comma, dell’art. 19, ma di fatto sin qui oscurato dalla esperienza pratica di una perdurante presenza in azienda dei sindacati confederali – viene invece ora compiutamente ad emersione. E si riflette nella concretezza di fattispecie in cui, come denunciato dai rimettenti, dalla mancata sottoscrizione del contratto collettivo è derivata la negazione di una rappresentatività che esiste, invece, nei fatti e nel consenso dei lavoratori addetti all’unità produttiva. In questa nuova prospettiva si richiede, appunto, una rilettura dell’art. 19, primo comma, lettera b), dello Statuto dei lavoratori, che ne riallinei il contenuto precettivo alla ratio che lo sottende. 6.6.– L’aporia indotta dalla esclusione dal godimento dei diritti in azienda del sindacato non firmatario di alcun contratto collettivo, ma dotato dell’effettivo consenso da parte dei lavoratori, che ne permette e al tempo stesso rende non eludibile l’accesso alle trattative, era già stata del resto rilevata; e dalle riflessioni svolte in proposito era scaturita anche la sollecitazione ad una interpretazione adeguatrice della norma in questione, alla stregua della quale, superandosi lo scoglio del suo tenore letterale, che fa espresso riferimento ai sindacati “firmatari”, si ritenesse condizione necessaria e sufficiente, per soddisfare il requisito previsto dall’art. 19, quella di aver effettivamente partecipato alle trattative, indipendentemente dalla sottoscrizione del contratto. Interpretazione di cui si è sostenuta la coerenza con la richiamata giurisprudenza costituzionale in materia di irrilevanza, ai fini dell’art. 19, primo comma, lettera b), dello Statuto dei lavoratori, della mera sottoscrizione del contratto collettivo non preceduta dalla effettiva partecipazione alle trattative. I Tribunali rimettenti, a differenza di quanto ritenuto da altri giudici di merito, hanno escluso, però, la possibilità della richiamata interpretazione adeguatrice, reputata incompatibile con il testo dell’art. 19, e perciò hanno sollevato le questioni di legittimità costituzionale all’odierno esame, al fine di conseguire, attraverso una pronuncia additiva, quel medesimo risultato di estensione della titolarità dei diritti sindacali, sulla base della nozione di “effettività dell’azione sindacale”, alle organizzazioni che abbiano partecipato alle trattative, ancorché non firmatarie del contratto. 7.– La Corte giudica corretta questa opzione ermeneutica, risultando effettivamente univoco e non suscettibile di una diversa lettura l’art. 19, tale, dunque, da non consentire l’applicazione di criteri estranei alla sua formulazione letterale. Ma alla luce di una siffatta testuale interpretazione la disposizione in oggetto non sfugge alle censure sollevate dai rimettenti. Infatti, nel momento in cui viene meno alla sua funzione di selezione dei soggetti in ragione della loro rappresentatività e, per una sorta di eterogenesi dei fini, si trasforma invece in meccanismo di esclusione di un soggetto maggiormente rappresentativo a livello aziendale o comunque significativamente rappresentativo, sì da non potersene giustificare la stessa esclusione dalle trattative, il criterio della sottoscrizione dell’accordo applicato in azienda viene inevitabilmente in collisione con i precetti di cui agli artt. 2, 3 e 39 Cost. 18 Diritto sindacale – Compendio di Giurisprudenza Risulta, in primo luogo, violato l’art. 3 Cost., sotto il duplice profilo della irragionevolezza intrinseca di quel criterio, e della disparità di trattamento che è suscettibile di ingenerare tra sindacati. Questi ultimi infatti nell’esercizio della loro funzione di autotutela dell’interesse collettivo – che, in quanto tale, reclama la garanzia di cui all’art. 2 Cost. – sarebbero privilegiati o discriminati sulla base non già del rapporto con i lavoratori, che rimanda al dato oggettivo (e valoriale) della loro rappresentatività e, quindi, giustifica la stessa partecipazione alla trattativa, bensì del rapporto con l’azienda, per il rilievo condizionante attribuito al dato contingente di avere prestato il proprio consenso alla conclusione di un contratto con la stessa. E se, come appena dimostrato, il modello disegnato dall’art. 19, che prevede la stipulazione del contratto collettivo quale unica premessa per il conseguimento dei diritti sindacali, condiziona il beneficio esclusivamente ad un atteggiamento consonante con l’impresa, o quanto meno presupponente il suo assenso alla fruizione della partecipazione sindacale, risulta evidente anche il vulnus all’art. 39, primo e quarto comma, Cost., per il contrasto che, sul piano negoziale, ne deriva ai valori del pluralismo e della libertà di azione della organizzazione sindacale. La quale, se trova, a monte, in ragione di una sua acquisita rappresentatività, la tutela dell’art. 28 dello Statuto nell’ipotesi di un eventuale, non giustificato, suo negato accesso al tavolo delle trattative, si scontra poi, a valle, con l’effetto legale di estromissione dalle prerogative sindacali che la disposizione denunciata automaticamente collega alla sua decisione di non sottoscrivere il contratto. Ciò che si traduce, per un verso, in una forma impropria di sanzione del dissenso, che innegabilmente incide, condizionandola, sulla libertà del sindacato in ordine alla scelta delle forme di tutela ritenute più appropriate per i suoi rappresentati; mentre, per l’altro verso, sconta il rischio di raggiungere un punto di equilibrio attraverso un illegittimo accordo ad excludendum. 8.– Va, pertanto, dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 19, primo comma, lettera b), della legge n. 300 del 1970, nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda. 9.– L’intervento additivo così operato dalla Corte, in coerenza con il petitum dei giudici a quibus e nei limiti di rilevanza della questione sollevata, non affronta il più generale problema della mancata attuazione complessiva dell’art. 39 Cost., né individua – e non potrebbe farlo – un criterio selettivo della rappresentatività sindacale ai fini del riconoscimento della tutela privilegiata di cui al Titolo III dello Statuto dei lavoratori in azienda nel caso di mancanza di un contratto collettivo applicato nell’unità produttiva per carenza di attività negoziale ovvero per impossibilità di pervenire ad un accordo aziendale. Ad una tale evenienza può astrattamente darsi risposta attraverso una molteplicità di soluzioni. Queste potrebbero consistere, tra l’altro, nella valorizzazione dell’indice di rappresentatività costituito dal numero degli iscritti, o ancora nella introduzione di un obbligo a trattare con le organizzazioni sindacali che superino una determinata soglia di sbarramento, o nell’attribuzione al requisito previsto dall’art. 19 dello Statuto dei lavoratori del carattere di rinvio generale al sistema contrattuale e non al singolo contratto collettivo applicato nell’unità produttiva vigente, oppure al riconoscimento del diritto di ciascun lavoratore ad eleggere rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. Compete al legislatore l’opzione tra queste od altre soluzioni.

 

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