Close

11 aprile 2018

Quando si puo’ evitare la confisca sul fondo pensione e sulla assicurazione vita

busta paga,estorsione,daatore di lavoro,licenziamento in bianco,La disciplina di contrasto del riciclaggio prima dell'introduzione del reato di autoriciclaggio Articolo, 10/06/2015 Pubblicato il 10/06/2015 LEGGI ANCHE Avvocati e antiriciclaggio: il vademecum del CNF Avvocati e antiriciclaggio: il vademecum del CNF Antiriciclaggio: la nuova disciplina in Gazzetta NORMATIVA Antiriciclaggio: la nuova disciplina in Gazzetta Antiriciclaggio: nuovi limiti all'uso del contante e dei titoli al portatore ARTICOLI E COMMENTI Antiriciclaggio: nuovi limiti all'uso del contante e dei titoli… Archivia in cartella Scrivi Nota A+ SOMMARIO: 1. Premessa - 2. Il reato di riciclaggio di cui all’art. 648-bis c.p. - 3. Il reato di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita di cui all’art. 648-ter c.p. - 4. Trasferimento fraudolento di valori. 1. Premessa Si è detto in precedenza che il reato di autoriciclaggio si inserisce all’interno di un sistema sanzionatorio che già conosceva modalità di reazione a condotte di ripulitura dei proventi di condotte criminose ed ad ogni forma di attività diretta a far perdere al denaro oppure a beni o altre utilità economiche di provenienza delittuosa la riconoscibilità della loro origine illecita e/o ad immetterli nel ciclo economico-finanziario, investendoli in iniziative economiche lecite con il pericolo di alterare i meccanismi di mercato. In particolare, per molto tempo il compito di reprimere i fatti di riciclaggio è stato affidato soprattutto a due norme l’art. 648-bis (riciclaggio) e l’art. 648-ter (impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita), collocati entrambi all’interno del titolo codicistico dedicato ai delitti contro il patrimonio. Inoltre, un articolato sistema di prevenzione del riciclaggio è stato adottato con il D.Lgs. n. 231/2007, il quale non punisce condotte di riciclaggio propriamente dette bensì comportamenti che possano agevolare tale attività di ripulitura e per tale ragione si dirige nei confronti di soggetti – come avvocati, commercialisti, notaio, agenti di borsa ecc. – che svolgono attività professionali che possono agevolare – o che sono addirittura indispensabili – i comportamenti descritti dagli articoli 648-bis e 648-ter c.p. Nelle pagine che seguono si farà una ricostruzione, ovviamente assai sintetica di tali due delitti – anche in ragione dell’affinità correnti rispetto al delitto di autoriciclaggio, con la conseguenza si verranno ad indicare alcune tematiche e problemi che poi verranno approfonditi in sede di studio dell’art. 648-ter.1 c.p. Inoltre, verranno dedicate alcune riflessioni ad un ulteriore reato, previsto dall’art. 12-quinquies, d.l. n. 306/1992 in tema di trasferimento fraudolento di valori, in ragion del fatto che tale delitto può essere considerato l’antecedente storico più immediato del recente delitto introdotto con l’art. 648-ter.1 citato. 2. Il reato di riciclaggio di cui all'art. 648-bis c.p. In base all’art. 648-bis c.p. – la cui attuale versione è la risultanza di molteplici modifiche e riforme – “[1] Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000. [2] La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale. [3] La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni. [4] Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648”. Rispetto alle antecedenti versioni, il delitto di riciclaggio attualmente in vigore non fa alcun riferimento a specifiche tipologie di reati, per cui illecito presupposto del riciclaggio può essere qualsiasi reato dal quale originino proventi che possano costituirne oggetto di attività di laudering – salvo che si tratti di delitti colposi o contravvenzioni. Si discute tuttavia se dal novero dei delitti che possono fungere da reato base del riciclaggio vadano o debbano essere esclusi quei reati che non determinano un accrescimento, ma soltanto un non impoverimento del patrimonio limitandosi ad impedire la perdita, ancorché giusta, di un bene legittimamente posseduto – come in caso di commissione di illeciti tributari[1]; sul tema– che comunque da tempo la giurisprudenza ha risolto in senso affermativo[2] – si ritornerà più avanti in sede di esame del reato di autoriciclaggio, dove si evidenzieranno i molteplici profili problematici che l’argomento presenta. In relazione al bene giuridico protetto dalla norma – lungi dal ritenere significativo l’inserimento del reato fra i delitti contro il patrimonio –, la dottrina[3] è nel senso di configurare il riciclaggio come fattispecie di reato plurioffensivo. Il primario interesse giuridico protetto è stato identificato nell’amministrazione della giustizia, sul rilievo che l’essenza del delitto in esame risiederebbe nell’essere le condotte tipiche orientate ad ostacolare l’identificazione della provenienza illecita dei beni, in ciò impedendo la ricostruzione del c.d. paper trail, ossia “della pista di carta che conduce dal bene o utilità apparentemente legittimo, attraverso tutti i passaggi e le operazioni di lavaggio, sino alla originaria provenienza criminosa”[4]; accanto a tale interesse, si pone la tutela dell’ordine pubblico, posto che la repressione del riciclaggio è una importante forma di contrasto della criminalità organizzata; altri autori, infine, ritengono che la fattispcie criminosa tuteli anche l’ordine economico giacché l’immissione di capitali di provenienza illecita costituisce un elemento disturbante in grado di inquinare l’economia, i mercati finanziari e la libera concorrenza del mercato, intervenendo come fattore di destabilizzazione dello stesso[5]. Trattandosi di reato comune, soggetto attivo del reato può essere “chiunque”, ricevendo beni provenienti da delitto, li sostituisca o trasferisca ovvero compia altre operazioni di mascheramento. La condotta tipica è descritta secondo tre diversi modelli fattuali: la sostituzione, il trasferimento e le altre operazioni per ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni. Rispetto alle precedenti versioni – che configuravano il delitto in parola come fattispecie a consumazione anticipata e successivamente come reato di evento –, in base all’attuale disciplina il riciclaggio è qualificato dal legislatore come reato istantaneo e di pura condotta, che si consuma con la messa in atto della sostituzione, del trasferimento o dell’operazione che ostacola l’identificazione dei proventi[6]. La prima delle condotte tipizzate dalla norma è quella della sostituzione[7], che consiste nella messa in atto di una serie di operazioni bancarie, finanziarie e commerciali finalizzate a separare il compendio criminoso del reato presupposto impendendone ogni possibile collegamento. La seconda ipotesi di condotta è quella del trasferimento – che peraltro altro non rappresenta che una modalità di realizzazione dell’ipotesi della sostituzione –, fattispecie inserita al fine di punire qualsiasi forma di ripulitura dei capitali illeciti che si servedi strumenti negoziali e più in generale di forme giuridiche, sanzionando in questo modo ogni tipo di intermediario che sia incaricato di trasferire altrove i proventi dell’attività illecita. Il trasferimento implica forme di spostamento dei valori illeciti da un soggetto ad un altro – e dunque modifiche nella titolarità dei beni –, oppure da un luogo ad un altro, così da far perdere le tracce della loro provenienza e della loro effettiva destinazione. L’ultima condotta tipica sanzionata rappresenta una sorta di clausola di chiusura, punendo qualsiasi operazione, diversa dalla sostituzione e dal trasferimento, che sia idonea a ostacolare l’identificazione del denaro, dei beni o delle utilità di provenienza illecita: si tratta di una previsione anch’essa introdotta con la riforma del 1993, onde consentire di sanzionare le tecniche nuove, sempre più sofisticate, che la criminalità è in grado di escogitare per ripulire i capitali illeciti[8]. In dottrina[9], proprio considerando che il richiamo a tale forma di comportamento sarebbe funzionale a conferire massima prensione alla fattispecie normativa, si sostiene che il reato potrebbe essere integrato anche da condotte omissive, come ad esempio accade nel caso in cui il titolare di un’attività finanziaria non impedisca un’operazione ancora in corso che aveva l’obbligo giuridico di impedire, attraverso la segnalazione imposta dalla normativa antiriciclaggio. Nella disposizione in commento compare – subito dopo il riferimento all’ipotesi generale rappresentata dal compimento di “qualsiasi operazione” – l’inciso “in modo da ostacolare l’identi­ficazione”: la collocazione topografica di questa espressione rende dubbia quale sia la sfera di rilevanza della stessa ovvero se tale idoneità della condotta debba essere riferita solo alle “altre operazioni” o se invece debba inerire anche alle altre due ipotesi di comportamento del riciclaggio di cui all’art. 648-bis c.p. La dottrina dominante si pronuncia in tal secondo senso, identificando nell’inciso l’effetto tipico del riciclaggio, quale è quello della dissimulazione dell’origine del denaro, dei beni o delle utilità, per cui è penalmente sanzionato solo il comportamento che si concreta “proprio in un ostacolo allo specifico aspetto delle operazioni investigative, o inquirenti, indicato dalla norma”, mentre “ogni comportamento che pur coinvolgendo un’operazione su beni sporchi, sia inidoneo a cagionare tale ostacolo non configura la fattispecie di cui all’art. 648 bis c.p.” [10]. Non occorre tuttavia che l’ostacolo all’individuazione dell’ori­gine del profitto sia effettivo e che sia venuto concretamente in essere, essendo sufficiente che la condotta di ripulitura del provento delittuoso dia luogo ad una difficoltà nell’individuazione della provenienza dei beni[11]: in sostanza, il comportamento non deve determinare un’oggettiva impossibilità di accertare l’origi­ne criminosa dei valori trasferiti, ma deve possedere una significativa insidiosità in tal senso e la presenza di tale carattere è rivelata dalla idoneità della condotta contestata ad ostacolare in concreto l’identificazione della provenienza delittuosa dell’og­getto del reato. Va detto però che la giurisprudenza assai di frequente va ben oltre tali considerazioni giungendo, ad esempio, a rinvenire il delitto in parola in caso di mero trasferimento materiale della cosa che sia stata conservata nella sua originaria condizione[12] o addirittura in caso di mero occultamento, pur essendo tale ipotesi richiamata dall’art. 648 c.p. come modalità di realizzazione del reato di ricettazione. Tale sostanziale abbandono del criterio della idoneità della condotta ad occultare la provenienza delittuosa dei beni risulta particolarmente evidente con riferimento alle ipotesi in cui il comportamento del riciclatore si dirige ed ha ad oggetto la disponibilità di somme di denaro, circostanza rispetto alla quale secondo la Cassazione ogni forma di utilizzo finisce per integrare un’ipotesi di violazione dell’art. 648-bis c.p.: possono richiamarsi in proposito quelle decisioni secondo cui integra tale delitto anche il trasferimento di fondi tra conti correnti accesi presso lo stesso istituto di credito[13], con l’ulteriore precisazione che “poiché il delitto di riciclaggio è costruito come una norma penale a più fattispecie, nelle ipotesi in cui il reato sia stato commesso mediante lo spostamento di fondi su conto corrente, il prelievo in contanti o il trasferimento del denaro da un conto all’altro costituiscono non già un mero post factum, bensì un’ulteriore modalità di commissione del delitto”[14]. Più in generale può dirsi che secondo la Cassazione si è in presenza di un fatto di riciclaggio ogni qualvolta il singolo, ricevuta una somma di denaro provento di reato, lo reimpiega mediante versamento su conti correnti bancari intestati a proprio nome, con l’intento di mascherare l’effettiva provenienza dello stesso e con la consapevolezza che in tal modo sarebbe stato possibile reimmetterlo sul mercato per compiere attività finanziaria o nel settore immobiliare, in modo da rendere più difficile l’accertamento della sua provenienza. Secondo la Suprema Corte, nei casi menzionati con il versamento presso un istituto di credito il denaro proveniente da reato perde la sua individualità e viene a confondersi con somme aventi provenienza lecite e depositate regolarmente presso la banca[15]. L’oggetto materiale del reato di riciclaggio è costituito dal denaro, da beni o da altre utilità, intese come qualunque elemento suscettibile di valutazione economica e patrimonialmente apprezzabile, purché di provenienza delittuosa. Si ritiene che oggetto materiale del reato possa innanzitutto essere il denaro e gli strumenti ad esso assimilabili, in quanto impiegati come mezzo di adempimento delle obbligazioni (oltre al denaro contante, anche gli assegni bancari, postali e circolari, i vaglia postali, ecc.), le carte di credito o le altre carte di pagamento. Fra i beni rilevanti ai fini del reato in discorso vanno ricompresi, oltre quelli aventi valore economico corrente, anche gli strumenti finanziari, quali ad esempio i titoli dematerializzati, l’oro e gli altri metalli preziosi, le carte di pagamento e la moneta elettronica. In relazione all’accertamento giudiziale del reato presupposto, posto che il quarto comma dell’art. 648-bis rinvia all’ultimo comma dell’art. 648 c.p., deve ritenersi non sia necessario che sia giudizialmente accertato il delitto presupposto; analogamente deve ritenersi che il reato di riciclaggio sia configurabile anche se il delitto presupposto è stato commesso da persona non punibile o non imputabile o quando manchi una condizione di procedibilità a tale reato; inoltre è possibile applicare la fattispecie di riciclaggio anche quando si tratti di proventi di un reato commesso all’estero. Si discute se, ai fini del riciclaggio, rilevino anche le condotte aventi ad oggetti beni che rappresentano non il profitto ma anche il prezzo dello stesso[16] così come si discute della sussumibilità sotto la fattispecie delittuosa in parola del cosiddetto “riciclaggio indiretto”, configurabile qualora le operazioni poste in essere siano relative ad utilità a loro volta già oggetto di forme di dissimulazione dell’illecita provenienza dei proventi: a tale ultimo proposito, giurisprudenza[17] e dottrina[18] si sono orientate nel senso della sua ammissibilità, identificando il momento in cui si può ancora configurare il reato di riciclaggio nella presenza del soggetto agente del relativo elemento soggettivo, dal che ne deriverebbe che, per quanto mediata possa essere la provenienza dei proventi, il riciclaggio rileva fino a che l’agente è consapevole della derivazione delittuosa degli stessi. Quanto all’elemento soggettivo è necessaria la consapevolezza della provenienza delittuosa del bene reinvestito e la volontà di ostacolarne, con una condotta idonea, l’identificazione della provenienza. Tale profilo volontaristico consente di distinguere il riciclaggio dalla ricettazione, posto che per altri aspetti l’elemento psicologico fra i due illeciti coincide – in particolare, con riferimento alla volontaria ricezione della cosa con la consapevolezza della sua provenienza criminale. Con riferimento al reato di riciclaggio non ha ragione di porsi il problema – che si è affacciato invece con riferimento al delitto di ricettazione – circa la compatibilità fra tale delitto ed il dolo eventuale in capo al soggetto agente. A prescindere dalla circostanza che per il riciclaggio non si pongono profili di differenziazione rispetto alla contravvenzione di incauto acquisto – la cui presenza, invece, potrebbe rendere dubbia la compatibilità del dolo eventuale con la ricettazione –, è evidente che chi pone in essere comportamenti atti ad alterare e nascondere la provenienza di un determinato bene lo fa perché è consapevole della provenienza delittuosa dello stesso e quindi in capo allo stesso non può dubitarsi della sussistenza di un dolo diretto. Quanto ai rapporti fra il delitto di riciclaggio e quello di ricettazione, in assenza di qualsiasi indicazione normativa che possa far escludere un concorso fra i due reati – a differenza, invece, di quanto accade ad esempio con riferimento al delitto di favoreggiamento reale, la cui disciplina contiene una clausola di riserva a favore del reato di cui all’art. 648-bis c.p. –, alcuni autori hanno sostenuto il possibile ricorso fra i due illeciti, ma la tesi prevalente è assolutamente per la negativa perché l’operazione dissimulatoria sul bene ricevuto assorbirebbe la ricettazione[19]. In particolare, in senso negativo da sempre si è espressa la giurisprudenza che si appella al principio di specialità evidenziando la differenza tra le due fattispecie sul piano oggettivo, posto che l’idoneità ad ostacolare la provenienza delittuosa del bene è elemento caratterizzante il fatto tipico del solo riciclaggio e connota – come abbiamo detto in precedenza – fin dall’origine l’atteggiamento soggettivo del soggetto agente[20]. Si ricorda infine che la pronuncia della sentenza di condanna e così pure quella di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p. comportano, a norma dell’art. 648-quater, la confisca obbligatoria dei beni che costituiscano il prodotto o il profitto del reato nonché l’eventuale confisca per equivalente nei termini precisati da tale disposizione. È opportuno altresì ricordare che negli stessi casi, in virtù dell’art. 12-sexies L. n. 356/1992, deve essere disposta la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non possa giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica. 3. Il reato di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita di cui all’art. 648-ter c.p. Poco dopo l’introduzione della fattispecie di riciclaggio il sistema repressivo delle condotte di ripulitura e reimpiego delle somme e dei beni provenienti da delitto è stato ulteriormente arricchito con l’introduzione del delitto di cui all’art. 648-ter c.p. – anche esso più volte modificato nel corso degli anni –, che disciplina il reato di “impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita”. In base a tale disposizione, “[1] chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648 e 648-bis, impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000. [2] La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale. [3] La pena è diminuita nell’ipotesi di cui al secondo comma dell’articolo 648. [4] Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648”[21]. Si tratta di una norma che è stata introdotta dal legislatore con il fine di sanzionare la terza fase di dispiegamento della condotta tipica del riciclaggio, quale è l’integration stage. Trattandosi dell’ultimo anello del fenomeno di riciclaggio, che comporta i maggiori pericoli per la stabilità del mercato, a dispetto del fatto che sia norma inserita nei reati contro il patrimonio, i più ravvisano l’ordine economico come bene giuridico tutelato dalla disposizione, in particolare nella forma dell’investimento[22], dal momento che l’investimento di ingenti risorse di capitali da parte delle imprese criminali costituisce turbativa del mercato. Sotto molteplici profili tale delitto presenta similitudini con il reato di riciclaggio, per cui per la trattazione delle tematiche comuni si rimanda a quanto detto nel paragrafo precedente, salvo rimandare ogni approfondimento ulteriore in sede di esame del reato di autoriciclaggio. Rispetto al delitto di riciclaggio un elemento differenziale è rappresentato dalla condotta vietata che nell’ipotesi di cui all’art. 648-ter c.p. consiste nell’impiego dei proventi delittuosi in attività economiche o finanziarie. Secondo parte della dottrina, il fatto che la norma faccia riferimento all’impiego delle disponibilità da delitto in “attività” renderebbe penalmente irrilevante, salva l’eventuale responsabilità per ricettazione o riciclaggio, l’utilizzo dei beni di provenienza delittuosa in un singolo affare: in sostanza, la violazione dell’art. 648-ter c.p. presuppone (se non una pluralità di comportamenti, quanto meno) la circostanza che il denaro o i beni di origine criminale siano investiti in settori ed ambiti connotati da una continuità di operatività nel tempo[23]. Si ritengono rientrare nelle attività economiche o finanziarie tutte quelle professioni, anche di intermediazione, riguardanti la produzione o la circolazione di beni o di servizi oppure la circolazione di denaro o di valori mobiliari, purché in tali ambiti imprenditoriali non sia prevalente l’aspetto intellettuale[24]. Non occorre che il reimpiego del danaro o degli altri beni provenienti da delitto avvenga in attività lecite, né che tali attività siano svolte professionalmente. È assai discusso se la condotta, che è sicuramente a forma libera, debba essere caratterizzata da un effetto dissimulatorio, se la stessa cioè debba avere l’obiettivo di ostacolare l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa del denaro o se invece il delitto possa sussistere anche in assenza di elementi volti ad ostacolare l’individuazione o l’accertamento della provenienza illecita dei beni. In quest’ultimo senso depone la circostanza che la norma non fa in alcun modo riferimento a tale profilo dissimulatorio – richiedendo il mero reinvestimento del provento[25] –, ma certo si tratta di una conclusione che in qualche modo porta il delitto di cui all’art. 648-ter c.p. a divergere in maniera assolutamente radicale rispetto alla disciplina in tema di riciclaggio, con la conseguenza che risulta poi difficile giustificare che due condotte così diverse – una connotata da un intento ed idoneità dissimulatoria, l’altra risolventesi in un semplice reinvestimento delle somme di denaro in altre attività – ricevano sostanzialmente il medesimo trattamento sanzionatorio – oltre a doversi poi considerare che la condotta di reimpiego, quando tenuta dal soggetto responsabile del reato presupposto, quando cioè integra il delitto di autoriciclaggio, debba assumere tale connotazione dissimulatoria. Proprio in ragione del fatto che secondo i più per la sussistenza del reato non occorre che la condotta di impiego sia realizzata in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del suo oggetto si dovrebbe escludere che l’art. 648-ter c.p. contribuisca a tutelare il bene giuridico della efficiente amministrazione della giustizia, andando invece a recare copertura solo all’interesse ad un corretto svolgimento dell’attività economiche, il cui andamento potrebbe essere turbato dall’immissione nel mercato di beni e soprattutto di capitali di provenienza delittuosa con possibile alterazione della libera concorrenza[26]. L’applicazione concreta nelle aule di giustizia del delitto di cui all’art. 648-ter c.p. è stata decisamente modesta, principalmente in ragione delle evidenti affinità che lo stesso presenta rispetto al delitto di riciclaggio – si pensi all’identità dell’oggetto materiale preso in considerazione dai due reati, alla completa sovrapposizione dei reati presupposto nonché alla circostanza che assai di frequente il mascheramento dei proventi da delitto, che rappresenta il nucleo del delitto di riciclaggio, può realizzarsi per il tramite di un reimpiego degli stessi in attività economiche, finanziarie ecc., così come tale reimpiego assai di frequente è preceduto da un nascondimento della provenienza dei beni reinvestiti. In ragione di tale forte somiglianza fra le due fattispecie e stante il fatto che il delitto di riciclaggio pare destinato in ogni caso a prevalere in virtù della clausola di riserva con la quale esordisce l’art. 648-ter c.p., lo spazio applicativo per il delitto disciplinato da tale ultima disposizione pare decisamente ridotto ed infatti dottrina e giurisprudenza con fatica hanno tentato di trovare una convincente “giustificazione” alla presenza, nel sistema penale, del disposto di cui all’art. 648-ter c.p. In particolare, quanto alle posizioni della dottrina, alcuni autori affermano che il reato di reimpiego di proventi illeciti sussisterebbe, con riferimento ai rapporti con l’art. 648-bis c.p., relativamente alle condotte realizzate con modalità non idonee ad ostacolarne l’identificazione della provenienza, mentre – relativamente al delitto di ricettazione – l’art. 648-ter c.p. opererebbe con riferimento ai comportamenti non accompagnati da un dolo specifico di profitto o che non implichino alcun contatto con l’oggetto materiale né alcun trasferimento dello stesso dal concorrente del reato base a terze persone. Da altre parti, invece, si è proposto di configurare il reato in commento nei confronti di chi, avendo ricevuto un bene in buona fede, successivamente, dopo averne appresa la provenienza delittuosa, lo impieghi in un’attività economica o finanziaria, ma la tesi è contestata giacché nell’art. 648-ter c.p. manca un qualsiasi elemento che attribuisca rilevanza alla tardiva, sopravvenuta consapevolezza della provenienza delittuosa del bene[27]. In giurisprudenza, invece, si afferma che il delitto in parola non sussiste – per l’operatività della clausola di esclusione presente nel primo comma dell’art. 648-ter c.p. – quando il soggetto accusato impieghi i proventi delittuosi in esecuzione di una risoluzione criminosa sopravvenuta alla consumazione della ricettazione o del riciclaggio, mentre diversa conclusione andrebbe assunta quando tali proventi vengano ricevuti per impiegarli immediatamente in attività economiche o finanziarie. In sostanza, la linea di confine tra le due ipotesi sarebbe segnata fondamentalmente dall’unicità o pluralità di risoluzioni criminose e dalla conseguente unicità o pluralità delle azioni: quando il soggetto agente dapprima riceve dei beni di provenienza delittuosa e poi decide circa il loro reinvestimento si sarebbe in presenza del delitto di riciclaggio, mentre quando la ricezione di tali beni è diretta e funzionale ad un loro immediato reinvestimento in altre attività allora si farebbe luogo al delitto di cui all’art. 648-ter c.p. A questo orientamento possono iscriversi alcune decisioni della Cassazione, la quale – muovendo dalla premessa che la provenienza delittuosa del denaro o di altra utilità e la loro ricezione sarebbero elementi comuni alle tre fattispecie della ricettazione, del riciclaggio e dell’impiego – distingue questi tre illeciti sostenendo che il delitto di reimpiego dovrebbe configurarsi quando la ricezione funga da presupposto di un processo esecutivo unitario destinato fin dall’origine a far perdere le tracce della provenienza delittuosa dell’oggetto ricevuto e ad impiegarlo in attività economiche o finanziarie[28] – per cui il delitto in parola non sussiste se un soggetto prima riceve i beni occultandone la provenienza da reato e poi li reinvesta, sulla base di due autonome determinazioni volontaristiche. Va detto tuttavia che non si comprende in che modo tale ricostruzione possa determinare la mancata applicazione della predetta clausola di specialità presente nell’art. 648-ter c.p.: infatti, quando un soggetto riceva un bene provento da delitto e si attivi, allo scopo di reimpiegarlo in altre attività economiche o finanziare, per mascherarne la provenienza illecita, comunque realizza – prima ancora di violare l’art. 648-ter c.p. – il delitto di riciclaggio e dunque, in virtù della predetta clausola di specialità, solo tale ultimo delitto andrebbe contestato. Anche con riferimento al delitto previsto dall’art. 648-ter c.p. è previsto che in caso di pronuncia di una sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti venga disposta la confisca dei beni che costituiscano il prodotto o il bene del reato nonché l’eventuale confisca per equivalente. 4. Trasferimento fraudolento di valori Come accennato brevemente in precedenza, nonostante da più parti si sia sostenuto che l’introduzione del reato di autoriciclaggio rappresenti una novità assoluta per il nostro sistema penale in realtà l’ordinamento italiano già conosceva una significativa forma di sanzione per forme di ripulitura e reinvestimento dei proventi di origine delittuosa posta in essere dall’autore del reato presupposto. Il riferimento è al delitto di trasferimento fraudolento di valori, di cui all’art. 12-quinquies, comma 1, d.l. n. 306/1992, convertito con modifiche con la L. n. 356/1992, in base al quale “[1] Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque attribuisce fittiziamente ad altri la titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli articoli 648, 648-bis e 648-ter del codice penale, è punito con la reclusione da due a sei anni”. Questo delitto – introdotto nell’ambito di misure dirette a contrastare le attività di riciclaggio di denaro e valori ad opera della criminalità organizzata – presenta evidenti analogie con l’attuale delitto di autoriciclaggio nella misura in cui la condotta ivi descritta è diretta a mascherare l’origine delittuosa di denaro, beni o altre utilità ed al contempo non è contemplata la clausola di esclusione di responsabilità a beneficio dell’autore del delitto da cui tali utilità provengono, sicché il reato in commento può essere commesso anche dall’autore dell’illecito presupposto[29]. Quanto ai soggetti attivi, la giurisprudenza discute se si sia o meno in presenza di un reato plurisoggettivo improprio. Un primo orientamento è nel senso che il delitto in parola è una fattispecie a forma libera che si concretizza nell’attribuzione fittizia della titolarità o disponibilità di denaro o altro bene o utilità e consiste in una situazione di apparenza formale della titolarità del bene, difforme dalla realtà sostanziale, con la conseguenza che colui che si rende fittiziamente titolare di tali beni con lo scopo di aggirare le norma in materia di prevenzione patrimoniale o di contrabbando, o di agevolare la commissione dei reati di ricettazione, riciclaggio o impiego di beni di provenienza illecita, risponde a titolo di concorso nella stessa figura criminosa posta in essere da chi ha operato la fittizia attribuzione in quanto con la sua condotta cosciente e volontaria contribuisce alla lesione dell’interesse protetto dalla norma[30]. Secondo un’altra posizione, invece, il delitto in commento integra una fattispecie a ‘concorso necessario’, poiché il soggetto agente in tanto può realizzare l’attribuzione fittizia di beni, in quanto vi siano terzi che accettino di acquisirne la titolarità o la disponibilità[31]. Quanto alla condotta, il reato in parola è a forma libera e risulta integrato nei casi di intestazione fittizia della titolarità ovvero della disponibilità di denaro, beni o altre utilità con finalità di elusione delle misure di prevenzione patrimoniali o della normativa di contrasto al contrabbando o infine di agevolazione dei reati di riciclaggio e reimpiego di proventi di origine delittuosa: l’illecito quindi consiste in una situazione di apparenza giuridica e formale della titolarità o disponibilità del bene, difforme dalla realtà e nel realizzare volontariamente tale situazione al fine di agevolare la commissione di reati relativi alla circolazione di mezzi economici di illecita provenienza. L’esito dell’attribuzione o dell’intestazione fittizia può essere raggiunto con qualsiasi modalità, anche con l’utilizzo di mezzi ed atti giuridici assolutamente leciti e d’altronde, come evidenziato dalla Cassazione, l’art. 12-quinquies “non intende formalizzare i meccanismi – che possono essere molteplici e non classificabili in astratto – attraverso i quali può realizzarsi l’“attribuzione fittizia”, né intende ricondurre la definizione di “titolarità” o “disponibilità” entro schemi tipizzati di carattere civilistico, ma intende bensì lasciare libero il giudice di merito di procedere a tutti gli accertamenti necessari a pervenire – senza vincoli formali – ad un giudizio in concreto degli elementi logici o fattuali”[32]. È stato perciò ritenuto sussistente il delitto in parola in capo a colui che, per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, acquisti la qualità di socio occulto in una società già esistente, partecipando alla gestione e agli utili derivanti dall’attività imprenditoriale[33] oppure in caso di stipula di un preliminare di compravendita di un immobile che, alla luce di univoci elementi di riscontro, risulti finalizzato alla fittizia intestazione del cespite, a nulla rilevando la mancata trascrizione del preliminare che costituisce un mero onere attinente alla pubblicità e quindi all’opponibilità dell’atto ai terzi[34]. Il reato in commento è a dolo specifico, essendo necessario che la condotta incriminata sia accompagnata dalla specifica finalità di eludere le disposizioni in tema di divieto di circolazione del profitto di attività criminali. La presenza di tale elemento soggettivo ovviamente deve essere dimostrata dalla pubblica accusa, ma occorre riconoscere che, di regola, tale prova si risolve in una sorta di presunzione per cosi dire iuris tantum: infatti, nella prassi una volta che il pubblico ministero abbia dimostrato che i beni della cui (effettiva) circolazione giuridica si discute sono provento di un illecito ogni atto giuridico inteso al trasferimento degli stessi viene sostanzialmente presunto come fittizio e finalizzato all’elusione delle misure di prevenzione patrimoniali o della normativa di contrasto al contrabbando o infine di agevolazione dei reati di riciclaggio e reimpiego di proventi di origine delittuosa, spettando all’accusato dimostrare invece l’insussistenza di tale finalità. Questa impostazione è assolutamente frequente in giurisprudenza, laddove si afferma che, in presenza di una imputazione ex art. 12-quinquies, d.l. n. 306/1992, al fine di giustificare la provenienza dei beni, non è sufficiente la mera esibizione degli atti negoziali di acquisto regolarmente stipulati e trascritti, dovendosi, invece, fornire, da parte dell’interessato, un’esauriente spiegazione che dimostri la derivazione dei mezzi impiegati per l’acquisto da legittime disponibilità finanziarie[35]: ciò a conferma di quanto si è detto ovvero che la provenienza delittuosa delle disponibilità economiche con cui vengono conclusi determinati atti giuridici o effettuati determinati trasferimenti di beni fa presumere che tali atti ed i relativi effetti traslativi a loro riconnessi sono fittizi e quindi ricadono nella sfera di applicazione della disposizione in parola. Un tema di particolare rilievo che ha investito l’art. 12-quinquies atteneva all’applicabilità di tale disposizione a comportamenti o condotte iniziate prima dell’entrata in vigore della norma e poi proseguite dopo la sua entrata in vigore. Si tratta di un tema di assoluto interesse, perché tale problematica si pone anche con riferimento al delitto di riciclaggio ed è perciò opportuno svolgere qualche considerazione in proposito. Secondo un primo e prevalente orientamento giurisprudenziale nel caso in parola si sarebbe in presenza di un reato permanente, giacché tanto la condotta materiale – rappresentata dall’attribuzione di fittizia della titolarità o disponibilità di un bene – che l’evento – inteso come la lesione o la messa in pericolo dell’interesse ad individuare i responsabili effettivi dell’illecito presupposto – si protraggono nel tempo per effetto della volontà dei soggetti agenti, con la conseguenza che la norma incriminatrice in esame dovrebbe applicarsi anche ai trasferimenti fraudolenti di beni che, pur essendo iniziati prima, sono proseguiti anche dopo l’entrata in vigore della fattispecie incriminatrice. Secondo questa impostazione, dunque, il fatto-reato nella sua struttura consiste nella creazione di una situazione di apparenza giuridica e formale della titolarità o disponibilità del bene, difforme dalla realtà e nel mantenere consapevolmente e volontariamente tale situazione, con la conseguenza che l’illecito ha natura permanente, poiché la violazione non si risolve in un momento ma dura per tutto il tempo in cui lo stato antigiuridico prosegue[36]. Con il tempo ha però iniziato ad affacciarsi una nuova ricostruzione giurisprudenziale, giusta la quale nella fattispecie criminosa in parola non rientrerebbero le attribuzioni fittizie di valori anteriori all’entrata in vigore della norma, trovando l’intento di punire penalmente le pregresse attribuzioni fittizie di beni un limite inderogabile nell’art. 25, comma 2, Cost.[37]. Tale orientamento ha finito per prevalere grazie al decisivo intervento delle sezioni unite secondo cui il delitto di trasferimento fraudolento di valori integra un’ipotesi di reato istantaneo con effetti permanenti che si consuma nel momento in cui viene realizzata l’attribuzione fittizia, senza che possa assumere rilevanza il permanere della situazione antigiuridica conseguente alla condotta criminosa[38]. Per approfondimenti: Antiriciclaggio. Nuovi obblighi e procedure, Santoriello Ciro, Altalex Editore, 2015; Codice penale - Codice di procedura penale, Giurisprudenza - Leggi complementari, Fiandaca Giovanni, Giarda Angelo, Ipsoa, 2015. (Altalex, 10 giugno 2015. Articolo di Santoriello Ciro) ________________ [1] Zanchetti, Il riciclaggio di denaro proveniente da reato, Milano, 1997, 400; Id., Riciclaggio, in Dig. pen., XII, Torino, 1997, p. 211; Assumma, Riciclaggio di capitali e reati tributari, in Riv. trib., 1995, p. 1779. [2] Cass., sez. V, 14/05/2013, Ragosta, in Mass. Uff., n. 256945. [3] Zanchetti, Riciclaggio, cit., p. 205; Guerini, Le norme del codice penale in tema di repressione dei fenomeni di riciclaggio, in Bricola-Zagrebelsky, Giurisprudenza sistematica di diritto penale – Diritto penale della banca, del mercato mobiliare e finanziario, Torino, 2002, p. 396. [4] Zanchetti, Riciclaggio, cit., 205. [5] Flick, Riciclaggio, in Enc. giur., XXVII, Torino, 1991, p. 5; Moccia, Impiego di capitali illeciti e riciclaggio. La risposta del sistema penale italiano, in Riv. it. dir. proc. pen., 1995, p. 728. [6] Zanchetti, Riciclaggio, cit., p. 209, secondo cui “non sembra possibile legale la punibilità del riciclaggio alla concreta verificazione di un ostacolo di qualche tipo di indagini”, poiché la stessa lettera della norma è “incentrata sull’agire in modo da cagionare ostacolo e non sull’ostacolo cagionato, fa propendere per l’interpretazione in termini di reato di mera condotta (pur vincolata al pericolo concreto)”. [7] Cfr. Cass., sez. IV, 30/01/2007, Cazzella, in Guida dir., 2007, 12, p. 86, per cui “nell’ambito dell’art. 648-bis c.p., che punisce la condotta di riciclaggio, “sostituire” i capitali illeciti significa rimpiazzare il denaro o i valori “sporchi” con quelli “puliti” e trattasi di condotta che può essere realizzata nei modi più disparati: in particolare, con il versamento presso banche di denaro o di assegni, con il successivo ritiro di denaro contante dell’importo corrispondente”; Cass., sez. V, 05/02/2007, Tarantino, in Cass. pen., 2008, p. 1413, per cui “la previsione di cui all’art. 648-bis c.p. individua quale tipica modalità operativa del riciclaggio “la sostituzione” cioè la consegna di un bene al riciclatore in cambio di uno diverso, sicché il reato integrato con tale modalità si consuma solo con il perfezionamento della sostituzione e dunque con la restituzione dei capitali illeciti riciclati a colui che li aveva “movimentati”. [8] Cass., sez. I, 11/12/2007, Addante, in Mass. Uff., n. 238840 secondo cui “il delitto di riciclaggio è a forma libera e pertanto può essere integrato da qualsiasi condotta idonea a ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del bene ricevuto. Inoltre, la prima parte della norma incriminatrice tipizza, come condotta causalmente produttiva dell’evento pericolo, il trasferimento: vocabolo, che non vi è ragione di interpretare quale sinonimo empirico di atto negoziale dispositivo della proprietà o del possesso. Per contro, anche l’attività materiale di trasferimento da un luogo ad altro è idonea a integrare il reato, ove valga a rendere di fatto più difficoltosa l’identificazione dell’origine illecita”. [9] Zanchetti, Riciclaggio, cit., p. 209 ss.; Zanchetti, Il riciclaggio di denaro proveniente da reato, cit., p. 365. [10] Zanchetti, Riciclaggio, cit., p. 208, il quale non ha dubbi sul fatto che la posizione dell’inciso “in modo da ostacolare”, fra due virgole “è essenziale per togliere ogni dubbio sulla riferibilità della modalità descritta a tutte le categorie di condotte: sostituzione, trasferimento e altre operazioni”. Nello stesso senso, Amato, Le recenti modifiche normative nella lotta al riciclaggio dei profitti delle attività illecite: nuove prospettive sanzionatorie e investigative, in Cass. pen., 1995, p. 1399. [11] Zanchetti, Il riciclaggio, cit., p. 365; Mangione, Mercati finanziari e criminalità organizzata: spunti problematici sui recenti interventi normativi di contrasto al riciclaggio, in Riv. it. dir. proc. pen., 2000, p. 1136. [12] Cass., sez. II, 17/02/2009, Veroggio, in Mass. Uff., n. 244379, secondo cui lo spostamento all’estero di un autoveicolo proveniente da furto realizzerebbe una condotta di riciclaggio per l’oggettiva diminuzione delle probabilità di risalire al reato presupposto e all’avente diritto, dovuta alla recisione del collegamento con il luogo di provenienza e quindi ostacolerebbe l’identificazione della provenienza delittuosa della cosa. [13] Cass., sez. II, 13/07/2012, Papale, in Mass. Uff., n. 256821, secondo cui è irrilevante per escludere il reato l’indicazione, nella dichiarazione dei redditi, della relativa plusvalenza e la tracciabilità dei pagamenti, costituendo ostacolo penalmente rilevante all’esatta identificazione della provenienza di denaro od altri beni anche soltanto l’immotivato coinvolgimento, nei trasferimenti, di più persone. [14] Cass., sez. II, 07/01/2011, Berruti, in Mass. Uff., n. 249446 (si veda il commento di Razzante, Riciclaggio, operazioni bancarie e prescrizione, in Giur. it., 2011, p. 2374). [15] Cass., sez. II, 8 maggio 2013, Papale, in Mass. Uff., n. 256821; Cass., sez. II, 9 ottobre 2014, Matarrese, in Mass. Uff., n. 260694. [16] Liguori, Rapporti tra condotte principali e reato-presupposto: cause di estinzione del reato o della pena, cause di esclusione dell’antigiuridicità, cause di non punibilità o non imputabilità, abolitio criminis, dichiarazione di incostituzionalità, in Manna (a cura di), Riciclaggio e reati connessi all’intermediazione mobiliare, Torino, 2000, p. 100; Zanchetti, Il riciclaggio, cit., p. 400. Contra, Reinotti, Ricettazione e riciclaggio, in Enc. dir., XL, Milano, 1989, p. 467 [17] In tema di riciclaggio mediato o indiretto cfr. Cass., sez. II, 06/11/2009, Di Silvio, in Mass. Uff., n. 246434, per la quale “Integra la fattispecie criminosa di riciclaggio “mediato” il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da uno ad altro conto corrente diversamente intestato ed acceso presso differente istituto di credito”. [18] Zanchetti, Riciclaggio, cit., p. 211; Liguori, Rapporti tra condotte principali e reato presupposto, cit., p. 100. Contra, Pecorella, Denaro (sostituzione di), in Dig. pen., II, Torino 1989, p. 376. [19] Mazzocco, Attività aventi ad oggetto beni di provenienza illecita: casi di concorso apparente tra norme, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1994, p. 511; Morgante, Riflessioni su taluni profili problematici dei rapporti tra fattispecie aventi ad oggetto operazioni su denaro o beni di provenienza illecita, in Cass. pen., 1998, p. 2510; Zanchetti, Ricettazione, in Dig. pen., XII, Torino, 1997, p. 185. [20] Cass., sez. II, 13 novembre 2013, Vinciguerra, in Mass. Uff., n. 257982; Cass., sez. II, 12/11/2010, Gizzi, in Mass. Uff., n. 248976. [21] Prima dell’introduzione del reato in discorso, la condotta di reimpiego di proventi delittuosi in attività economiche era presa in considerazione dalla norma ma solo quando tale attività veniva svolta in seno ad un’organizzazione criminosa e solo a livello circostanziale: cfr. art. 416-bis, comma 6, c.p. che prevede un aggravamento della pena, da un terzo alla metà, quando le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo siano finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti. [22] Zanchetti, Riciclaggio, cit., p. 203. [23] Pecorella, Circolazione del denaro e riciclaggio, in Riv. it. dir. pen. proc., 1991, p. 1236. [24] Seminara, L’impresa e il mercato, in Pedrazzi-Alessandri-Foffani-Seminara-Spagnolo, Manuale di diritto penale dell’impresa, Bologna, 2000, p. 709. Nel senso che rileva qualsiasi attività svolta in un settore idoneo a far conseguire profitti: Zanchetti, Il riciclaggio, cit., p. 456. Nel senso che la nozione di attività economica o finanziaria è desumibile dagli artt. 2082, 2135, 2195 c.c. e fa riferimento non solo all’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche all’attività di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle sopra menzionate norme del codice civile: Cass., sez. II, 11/12/2013, Cuppari, in Mass. Uff., n. 258204. [25] Cass., sez. II, 05/10/2011, Ciancimino e altri, in Mass. Uff., n. 251194; Cass., sez. II, 05/11/2013, Palumbo e altro, in Mass. Uff., n. 258525. [26] Manna, Il bene giuridico tutelato nei delitti di riciclaggio e reimpiego: dal patrimonio all’amministrazione della giustizia, sino all’ordine pubblico ed all’ordine economico, in Manna (a cura di), Riciclaggio e reati connessi all’intermediazione mobiliare, Torino, 2000, p. 63. [27] Rossi, Il riciclaggio: doveri e responsabilità del professionista, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1995, p. 1305. [28] Cass., sez. II, 26/03/2013, n. 16432, inedita. [29] Cass., sez. VI, 9 ottobre 2003, Gioci, in Mass. Uff., n. 229239, secondo cui nel delitto di cui all’art. 12-quinquies il soggetto attivo può essere anche colui nei cui confronti sia pendente procedimento penale per il reato presupposto e che si attivi in qualunque forma al fine di agevolare la commissione, tra l’altro, del delitto di riciclaggio. [30] Cass., sez. I, 10/02/2005, Pavanati, in Mass. Uff., n. 231379. [31] Cass., sez. VI, 26/02/2004, Iervolino ed altro, in Mass. Uff., n. 229343. [32] Cass., sez. II, 09/07/2004, Casillo, in Mass. Uff., n. 230109. [33] Cass., sez. I, 15/10/2003, Fiorisi, in Mass. Uff., n. 226607. [34] Cass., sez. VI, 08/07/2005, Garacci ed altri, in Mass. Uff., n. 232048. [35] Cass., sez. VI, 17/03/2005, D’Amora, in Mass. Uff., n. 231239. [36] Cass., sez. III, 15/07/1993, Lai, in Giur. it., 1994, p. 468. [37] Cass., sez. VI, 26/02/1993, Parisi ed altri, in Mass. Uff., n. 193698; Cass., sez. I, 14/10/1993, Epifani, in Mass. Uff., n. 197034. [38] Cass., SS.UU., 28/02/2001, Ferrarese, in Mass. Uff., n. 218768.

Si puo’ revocare  la confisca sul fondo pensione e sull’assicurazione sulla vita quando non si ha la prova dell’accrescimento patrimoniale che i due prodotti finanziario-assicurativi rechino all’assicurato

error: Contenuto protetto
Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.