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22 marzo 2018

Le sezioni unite e la contestazione disciplinare tardiva

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Nel caso di specie il doatore di lavoro aveva inoltrato la contestazione  a  2 anni dalla conoscenza dei fatti di rilevanza disciplinare.

Il giudice di primo grado aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento condananto pero’ l’istituto bancario alla sola refusione dlela indennitò e non alla reintegrazione

Detta pronunzia fu riformata dalla corte di appello che previde la reintegrazione  sulla base del rilievo secondo cui il licenziamento era da considerare “nullo per la mancanza della contestazione immediata”.

La Corte , nel dare ragione aal datore di lavoro osservava che l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori prevede che il lavoratore debba essere reintegrato nel posto di lavoro.

E questo “indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro”, nel caso in cui il giudice dichiari la nullità del licenziamento per una serie di ipotesi.

Inoltre, nel caso in cui venga disposta la reintegra nel posto di lavoro, il dipendente ha diritto anche al risarcimento dei danni subiti.

Un risarcimento “che non può mai essere inferiore a 5 volte l’ultima retribuzione percepita dal dipendente al momento dell’illegittimo licenziamento, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative”.

Dice la corte a sezioni unite che la dichiarazione giudiziale di risoluzione del licenziamento disciplinare conseguente all’accertamento di un ritardo notevole e non giustificato della contestazione dell’addebito alla base dello stesso provvedimento di recesso, comporta l’applicazione della sanzione dell’indennità. Quella cioè di cui all’art. 18, comma 5, Statuto dei lavoratori.  ha però rilevato come il motivo per cui il lavoratore era stato licenziato non rientrava in nessuna delle ipotesi per cui l’art. 18, comma 1, preveda il diritto alla reintegra nel posto di lavoro.

Iil dipendente era stato licenziato per aver consentito la negoziazione di 37 assegni bancari, in violazione della relativa normativa.e consegue, pertanto, che la motivazione del licenziamento oggetto di contestazione esulasse dai casi previsti dall’art. 18, comma 1. In particolare, ai fini della dichiarazione di illiceità o inefficacia per i quali opera la tutela reintegratoria piena.

E quindi conclude la suprema corte  che “secondo cui il fatto non tempestivamente contestato dal datore di lavoro dovrebbe essere considerato insussistente”. e “il fatto oggetto di addebito disciplinare è pur sempre valutabile dal giudicante, il quale dovrà solo verificare se l’inadempienza al generale principio dell’immediatezza della contestazione finisca per inficiare la validità del licenziamento, per individuare poi il tipo di tutela applicabile”.

Consegue che  nelle ipotesi cui sia “accertata la sussistenza dell’illecito disciplinare posto a base del licenziamento, ma questo non sia stato preceduto da tempestiva contestazione”, non è applicabile il rimedio della reintegra nel posto di lavoro.

Resta infatti solamente spazio per la tutela indennitaria, di cui all’art. 18, comma 5, stat. lav.

 

 

 

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